Leggere il mondo in bianco e nero

 


La fotografia in bianco e nero legge il mondo... Nel senso stretto: vede il mondo al secondo grado, su un altro livello di realtà, questo nostro mondo appare alla fotografia in bianco e nero come trasfigurato, come se improvvisamente tutta la materia pesante della realtà fosse stata trasformata in una sorta di scrittura, un sistema di segni bidimensionale in cui le tracce, i ritmi, i neri su bianco, i bianchi su nero, costituiscono il reale come pagina da leggere.  Dal punto di vista della fotografia in bianco e nero vedere è leggere. La falsa rappresentazione che essa mette in scena è comprensibile proprio come un supporto di lettura.

Nel momento in cui fa apparizione il colore la bella logica della lettura viene stravolta. Non ho più di fronte a me dei sistemi di segni, tracce variabili di una articolazione binaria (il nero sul bianco, il bianco sul nero) ma mi trovo nella necessità di decifrare piuttosto le dinamiche dei pesi e delle quantità, dei rapporti variabili e reciproci fra i colori, delle aree di contrasto e di confine.

Mentre nel bianco e nero l’assenza di un codice codificato viene facilmente superata dalla nostra capacità di seguire le tracce e mettere in sequenza i segni che in fondo sono ridotti, appunto, al minimo possibile, il binario bianco e nero, nel colore è come se la nostra capacità di lettura venisse forzata attraverso un elevamento all’ennesima potenza. Un codice binario alla fine risulta abbastanza leggibile, ma se invece è costruito sulla sovrapposizione di cinque o sei dimensioni diventa inevitabilmente molto più difficile, oscuro, incomprensibile.

Di fronte alla difficoltà insormontabile il nostro occhio lettore compie, per lo più, la scelta più semplice, si accontenta di vedere e leggere, si accontenta di vedere e leggere solo il minimo del leggibile, spesso di fronte alla fotografia a colori vediamo e leggiamo solo un particolare: gli occhi verdi della ragazza afgana di McCurry, il contrasto campo giallo cielo azzurro nuvolette bianche dell’immagine di Fontana.

Michele Smargiassi, Voglio proprio vedere



Il libro di Michele Smargiassi Voglio proprio vedere. Interviste impossibili ma non improbabili ai grandi fotografi, edito da Contrasto, appartiene a un genere ibrido, tra la scrittura creativa e la riflessione critica. l’autore immagina una serie di interviste con alcuni dei nomi che hanno fatto grande la fotografia. Ci sono Nadar, Eugene Atget, Tina Modotti, Robert Capa, Vivien Maier, W. Eugene Smih.

Ciò che caratterizza ogni incontro non è tanto il desiderio di svelare a posteriori certe oscurità biografiche o di far luce su qualche episodio poco chiaro. Non troveremo la verità sulla foto del miliziano di Capa, né la spiegazione dell’ossessione fotografica della Maier. Smargiassi sembra piuttosto interessato a cercare in ognuno dei grandi la ragione ultima del loro lavoro. Pur con parole diverse e torni differenti in fondo la domanda che pone è sempre la stessa: che  cosa cerchiamo nella fotografia? E le risposte sono le più varie: una realizzazione, un assoluto, l’euforia, l’ordine delle cose, la certezza di esistere, un posto nella realtà, l’ossessione del tutto, la vita contro l’arte. Ognuno ha la proprio risposta perché in fondo la fotografia altro non è che un modo di intendere il mondo e ognuno di noi ha il proprio.

I grandi fotografi sono quelli che hanno trovato la muta risposta dell’immagine alla propria domanda esistenziale.

Per questo è così appassionante leggere questo libro. Non perché ci mostri la risposta giusta, ma perché ci rende palpabile il fatto che una tale risposta esiste. E ciò rende la nostra domanda di senso ancora più urgente e più necessaria.

 

Un racconto di Champfleury: La leggenda del dagherrotipo

 


Champfleury (1821-1889), grande esponente del realismo letterario si diverte in questo racconto pochade a ironizzare sulla fotografia delle origini. L’intento è ovviamente quello di mostrare la superiorità della scrittura sulla fotografia, industria da barbieri che non sanno esattamente quello che fanno, trappola per borghesi che coltivano soltanto il proprio narcisismo. Ma involontariamente l’autore mostra come l’accostamento letteratura realista / fotografia sia tanto scomodo quanto inevitabile. Sottile il gioco di allusioni intorno al fatto che la fotografia cancella l’essere vivente, riducendolo alla sua sola voce. Ma in fondo anche la scrittura altro non è che una voce senza corpo.  

 

 “Leggenda del dagherrotipo” (1863)

 Il primo dagherrotipista che si stabilì a Parigi era il ragazzo di un barbiere del Midi, di nome Carcassonne che, del suo vecchio mestiere, aveva mantenuto solo i capelli lunghi, dei polsini lunghi e un cravattino vaporoso che erano la sua insegna; infatti, egli prese delle arie da uomo ispirato e un po’ fatale nei numerosi ritratti di sé che si vedevano sul suo portone.

Gli uomini che passavano davanti al suo portone dicevano: - Come vorrei assomigliare a Carcassonne! Le  gentildonne esclamavano: - Che bell’uomo è il signor Carcassonne!

Infine, si parlava così tanto di Carcassonne nel quartiere, della sua bellezza e del suo talento di

dagherrotipista, che un provinciale appena arrivato a Parigi, il signor Balandard, si decise a fare una sorpresa alla moglie, portandole in dono, al suo ritorno a Chaumont, un suo ritratto eseguito con questo procedimento ancora così nuovo.

E così una mattina il provinciale si arrampica su fino allo studio di Carcassonne che, dopo aver dato una sistematina al suo cravattino e ravviato i suoi capelli al vento, annuncia:

- Le faremo, signore, un ritratto sublime. Non la riconosceranno.

- Ma perché allora fare un dagherrotipo, esclama il signor Balandard, se non mi riconosceranno?

- Ma è un modo di dire, caro signore ... per favore si sieda e non si muova ... Le darò una pettinata, se mi posso permettere... non si muova ... aspetti, prendo le forbici ... crac, crac, crac, il gioco è fatto. Si guardi in questo specchio, senza agitarsi, per favore ... Sembra più giovane di dieci anni... Un momento, che le metto un velo di pomata… Non si muova.

- E il ritratto? Esclama spazientito il signor Balandard.

- Subito. Ancora un po’ di cipria per toglierle dal viso la stanchezza del viaggio, e non si muova!

- Perché, signor Carcassonne, non mi permette di muovermi?

- Per abituarla fin d'ora a sopportare l’immobilità richiesta dall'operazione ... Un po’ di pazienza, cominciamo. Non si muova!

In quel momento Carcassonne sistemò di fronte al signor Balandard un enorme apparecchio per il dagherrotipo che sembrava la canna di un cannone puntato sul modello.

- Che le palpebre rimangano immobili! Attenzione! Non si muova!

- Veramente questa posizione è insopportabile, pensava tra sé il signor Balandard mentre teneva aperti gli occhi enormi.

- Fermo con le mani! Più avanti con il petto! ... Non sposti il resto del corpo, diceva il dagherrotipista con la testa affondata nella sua macchina.

Esce fuori dall’apparecchio e si avvicina al signor Balandard.

- Ecco questa ciocca di capelli produce un pessimo effetto... avrei dovuto lisciarla con il ferro caldo. Su, comincio, non sia impaziente. Non si muova più! Uno, due, tre! Ecco! È fatta!

-Finalmente! grida il signor Balandard alzandosi, felice di sfuggire a questa dura immobilità e di contemplare il suo volto riprodotto dal sole.

Ma la lastra, più nera di un negro, non faceva distinguere né la bocca, né il naso, né gli occhi, né le orecchie.

-Si è mosso! esclama il signor Carcassonne. Dobbiamo ricominciare ... Su, ai nostri posti e non muoviamoci più.

Il signor Balandard si risiede sulla sua sedia e per tre volte lo stesso quadrato nero irritante appare sulla lastra.

- Ma allora lei è il moto perpetuo, signore? diceva il dagherrotipista. Eppure è così facile rimanere fermi!

La verità è che l’ex ragazzo del parrucchiere, assolutamente ignorante nell'arte del dagherrotipo, usava a casaccio sostanze chimiche a lui sconosciute, e il sole si faceva attendere per dare una mano.

Durante la quarta prova del ritratto, il signor Balandard sentì uno strano prurito al naso e gli ci volle un enorme controllo su di sé per non grattarsi.

- Ah! ah! gridò Carcassonne, ecco un tentativo migliore.

E trionfante, mostrò al suo cliente un naso che spiccava in mezzo alla lastra nera.

-Non ha mosso il naso; vede come è venuto bene. Su, un po' di coraggio e ci riusciremo.

Al sesto ritratto, il signor Balandard si alzò in piedi grattandosi le orecchie, come se fosse stato assediato da un esercito di pulci.

- E' strano, diceva grattandosi le orecchie; mi sembrano più piccole.

- Bravo! esclamava Carcassonne, bravo!

Questa volta, le orecchie del signor Balandard si delineavano sulla lastra in tutta la loro banalità.

- Va tutto bene, disse il dagherrotipista, al primo colpo l'immagine verrà per intero. Non muoviamoci più!

A quel punto, il signor Balandard si sentiva come se avesse avuto una legione di formiche tra i capelli.

-Non ci badi, disse Carcassonne; è l'effetto della mia pomata che si infiltra nei tessuti capillari e sveglia l'attività della radice del capello.

Dopo questi formicolii, il parrucchino è apparso sulla lastra in tutta la sua maestosità.

Al nono tentativo, uno strano pizzicore tormentò l'occhio destro del signor Balandard, e gli fece chiudere l'occhio sinistro.

E infatti l'occhio destro solo apparve sulla lastra.

- Oh Signore! che tormenti! Diceva tra sé il signor Balandard col cuore stretto da una certa emozione; che cosa significavano i pruriti, i bruciori, i formicolii a seguito dei quali il pover’uomo si sentiva come se fosse rimpicciolito? Non era forse pericoloso esporsi a una misteriosa macchina che con freddezza, con il suo grande occhio scuro, guardava l'uomo seduto? E che lugubre abitudine quella del dagherrotipista che in continuazione si copriva la testa con un grande panno nero!

Se avesse mostrato un po' di fermezza, il signor Balandard se ne sarebbe andato dallo studio; ma

da quando era seduto su una sedia di fronte allo strumento, la sua volontà era scemata e lui non poteva resistere a Carcassonne che per venti volte lo costringeva a sedersi e venti volte ancora ricominciava il ritratto con il suo grido eterno: Restiamo immobili.

Tuttavia Carcassonne, a forza di esperienza, cominciava a farsi la mano, ed era riuscito a ottenere una sorta di ritratto molto confuso, una meraviglia però, rispetto alle tenebre iniziali.

È vero che per arrivare a questi scarsi risultati, il dagherrotipista spalmava i suoi prodotti chimici con estrema violenza sulle lastre.

Già l'incontro durava da tre ore, e il signor Balandard si sentiva indebolito, aveva solo la forza di asciugarsi la fronte che gocciolava, quando Carcassonne lanciò un grido di trionfo.

-Infine, ecco un ritratto ammirevole, quello più somigliante!

A questo entusiasmo, una voce alterata rispose:

- Mi faccia vedere!

- Eccolo signor Balandard, ma lei dov’è? chiese il dagherrotipista.

- Qui.

- Dove?

- Sulla sedia.

In effetti, il suono della voce partiva dalla sedia su cui era seduto fino a poc’anzi il modello; ma il provinciale non si vedeva più.

- Signor Balandard! gridò il dagherrotipista.

- Signor Carcassonne!

- Su, signor Balandard, non facciamo scherzi ... Esca dal suo nascondiglio.

- Non mi vede, signor Carcassonne? diceva la voce.

Infine, cercando in ogni angolo del suo studio, la verità fatale apparve solamente al dagherrotipista ignorante che aveva impiegato degli acidi così violenti che avevano divorato il volto, il corpo e i vestiti dello sfortunato borghese di Chaumont.

Cinquanta prove successive annientarono gradualmente la persona del modello. Del signor

Balandard restava solo una voce!

Spaventato dall'eliminazione di uno stimabile cittadino, crimine punito dal codice, Carcassonne abbandonò il pericoloso mestiere di dagherrotipista per riprendere la sua vecchia professione di aiutante del barbiere; ma costantemente, come un supplizio eterno, l'ombra del signor Balandard lo segue dappertutto e lo prega incessantemente di restituirgli la sua forma originale. E per calmare quelle giuste recriminazioni, Carcassonne ottiene un momento di tranquillità solo grazie a una parola che le persone che vanno a farsi radere attribuiscono a un eccesso di cautela:  

- Restiamo immobili!

Recensione: Un tempo, un luogo. Racconti di fotografia

 


AA. VV., Un tempo, un luogo. Racconti di fotografia, Roma, Contrasto, 2020

 Il volume consiste di una ricca raccolta di storie che hanno per contenuto la fotografia, ed è curata da Alessandra Mauro che introduce ogni pezzo con una nota sintetica ma stimolante. La selezione si snoda cronologicamente da un testo del 1855 di Lewis Carroll a quello di Antonio Tabucchi  del 2011, e pur non avendo alcuna pretesa di esaustività raccoglie una bella collezione di pagine, alcune più schiettamente narrative, Capuana, Conan Doyle, Daphne de Maurirer, Calvino, Cortazar, Tournier, Carver,  altri più riflessive, Carroll, Woolf, Welthy, Tabucchi.

Non avrebbe senso stilare una graduatoria o un ordine, perché ovviamente ogni pezzo è storia a sé e ha qualcosa di interessante da proporre, sia al livello di immaginazione, sia a livello di riflessione. Certo il racconto di Calvino, per il mio discutibilissimo gusto personale emerge per l’efficacia dell’intrico amoroso, tutto giocato sulla complessità dell’esperienza fotografica, così come non può non colpire il racconto di Capuana che ci mostra il legame strettissimo, e forse ancora non adeguatamente indagato, tra il verismo, o il realismo letterario in generale, e l’esperienza della fotografia nell’800; oppure il racconto di Conan Doyle che impone, siamo nel 1891, la realtà della fotografia come prova indiziaria. E poi c’è, e non poteva mancare, il racconto di Julio Cortazar, Le bave del diavolo, dal quale Michelangelo Antonioni ha tratto ispirazione per quel film fondamentale per comprendere l’esperienza del fotografico che è Blow up. Un racconto dalle molte facce, complesso, articolato, giocato su un continuo cambiamento dei punti di vista, nel quale emerge la dimensione della fotografia come mondo altro, che si incista nel nostro per apportarvi una verità di altro livello.

E c’è infine il racconto di Antonio Tabucchi che chiude il libro ove lo scrittore immagina di aver ritrovato una lettera di Hippolite Bayard all’accademico Arago, colui che presentò ufficialmente al mondo scientifico l’invenzione della fotografia nel 1839 attribuendone però il merito all’amico Daguerre e mettendo così in ombra il ruolo di Bayard. La lettera d’accusa contiene una folgorante definizione della fotografia come “un mezzo che può cogliere per un attimo la musica della vita.” Difficilmente è stata data definizione più efficace e più poetica.

Sarebbe facile il gioco, come accade per tutte le antologie, di suggerire i pezzi che mancano, o quelli che avrebbero potuto essere aggiunti, e quindi ci asterremo, salvo accontentarci di suggerire come possibile appendice magari per una edizione futura un raccontino poco noto in Italia dal titolo  “Leggenda del dagherrotipo” (1863) di Champfleury (1821-1889), grande esponente del realismo letterario: una deliziosa parodia dei primissimi fotografi parigini. Per i curiosi ne pubblicherò al più presto una traduzione su questo blog.

 

 

Muta la città parla

 Le città sono agglomerati di materia pesante, silenziosa. Eppure negli angoli, in certi luoghi, lungo certe prospettive, le città mute provano a parlare. Una delle voci, non la sola, è il graffito con cui gli abitanti urlano la propria presenza. Queste voci poi restano lì a ripetersi,  consumandosi nel tempo, ormai sottratte ai loro autori. Diventano voci di una muta città.