Verso l'immagine che pensa

Si è aperto da qualche giorno presso lo Spazio Piave 67 una interessante mostra di un giovane fotografo friulano Mattia Campi, che propone un suggestivo connubio tra una foto ancora abbastanza realistica e una ricerca centrata sostanzialmente sulla didascalia, nel tentativo di costruire un legame intenso tra le sensazioni e i sentimenti prodotti dell'immagine e il pensiero che la didascalia può suggerire; immagini di vari luoghi e città vengono così presentate a partire da titoli emblematici, evocativi come: solitudine, fotografia in cammino, la ricerca del senso,  la ricerca del significato, ricerca di sicurezza, procedere della vita, attraverso le paure, insicurezza del percorso.
Il ventitreenne Mattia Campi lavora con intelligenza sulla dinamica tra immagini e parole, e in ciò dimostra l’intenzione di percorrere una via di ricerca che a me pare la più interessante e la più suggestiva per il nostro tempo, quella nella quale l'immagine non è abbandonata alle evocazioni estetiche, e ai formalismi ormai ripetitivi e stanchi, alle imitazioni di esperienze già avvenute decenni fa, ma piuttosto cerca di sperimentare il percorso dell'immagine che pensa. Forse Mattia non ha ancora completamente trovato la sua cifra creativa e di questo è seriamente consapevole, di sicuro però a mio modo di vedere, si è messo sulla strada giusta per costruire una esperienza del fotografico né banale né scontata. Un'esperienza dalla quale poter far emergere la sua particolare visione del mondo, e la densità delle sensazioni e dei sentimenti che il mondo è in grado di produrre nei suoi occhi e attraverso i suoi occhi nell'obiettivo fotografico.

Fotografia aristotelica


È facile osservare la trasformazione dello statuto dell’oggetto a partire dalle fotografie pioneristiche di Fox Talbot, penso per esempio alla foto della porta aperta con la scopa, o a quella del covone di fieno. L’oggetto in foto non è mai l’oggetto-idea, come invece può intendersi l’oggetto disegnato o dipinto o scolpito, che non ha bisogno di una sua versione reale, al contrario l’oggetto fotografato è sempre un oggetto traccia di un altro oggetto reale, che sta cioè da qualche parte nel mondo reale, non nel mondo delle idee.  L’oggetto in fotografia è sempre un oggetto individuale, quello, proprio quello e soltanto quello lì indicato in quella frazione di spazio-tempo. La matita della natura, infatti, traccia sempre se stessa. Non la propria idea. La pittura da questo punto di vista è platonica quanto invece la fotografia è aristotelica.
La fotografia, non c’è dubbio, nasce pittorica, nasce infatti di fronte a una finestra: quella di Niepce è in definitiva la stessa finestra di Leon Battista Alberti. Ma ha nella porta di Fox Talbot la sua consacrazione, la prova della sua diversità e anche quella della sua individualità, di fronte a quella porta essa s’impone come l’arte degli oggetti individuali. Antiplatonismo per eccellenza. Di qui a Duchamp la strada è segnata. 

Testimone della realtà


“La fotografia dice che c’è del reale, ma non ne certifica l’esistenza, la prolunga: come un’ombra staccata.” Così Bailly . La fotografia è il vero “c’è”, l’il y a di Lévinas, la ripetizione dell’esserci qualcosa. Che c’è qualcosa, questo dice la fotografia, che c’è, non esattamente cosa, perché ciò che vedo è parziale, è bidimensionale mentre le cose vere sono tridimensionali, né dove perché non può dire il quando: spazio e tempo sono connessi, non sono separabili, laddove non preciso il tempo non posso nemmeno garantire il dove dello spazio. E la fotografia, che ferma l’istante ripetendolo non dice il tempo vero che è quello che fluisce, non quello che si ferma, e dunque non può nemmeno garantire sullo spazio.  Che c’è, è tutto quello che dice. Un il y a neutrale, che tuttavia è fuori di essa: la sua interiorità è l’esteriorità cui essa è però stata esposta. La fotografia ha vissuto l’esteriorità, ne è il frutto stesso e per questo può portarne testimonianza. Ma non può essere una vera prova di qualcosa, essa testimonia che il mondo è lì, e che noi siamo nel mondo, che esistono mondi, al plurale, e tempi e spazi, non dice con certezza di un gesto, di un evento, di un fatto, dice che forse…, ce lo fa pensare, non è la presenza di una realtà che non è più, è la presenza del mondo come tale. Eppure di fronte ad essa non possiamo non pensare che il mondo esiste e che gli eventi, i fatti, i gesti, le tragedie, sono lì fuori davvero, proprio lì. E non possiamo fare a meno di pensarli.

La fotografia è l'orma dell'oggetto?


La fotografia, l’ho detto già molte volte, ha valore di indice, ma in che modo? Come le nuvole sono indice del cattivo tempo? Oppure come le orme sono indice del passaggio di un animale? Apparentemente l’oggetto che ha lasciato la traccia della fotografia lo ha fatto a distanza, senza contatto alcuno, proprio come accade alle nuvole, sembra dunque che la natura indicale della fotografia sia di questo tipo, in realtà è più vera la seconda ipotesi, perché il contatto c’è anche se poco evidente, è il contatto della luce. È la luce che impressiona la lastra, la pellicola, o il sensore della macchina. Dunque la fotografia è più vicina all’orma lasciata sulla sabbia dai passi di un uomo.  La fotografia è una specie di orma dell’oggetto. Purtroppo non possiamo inseguire le orme per arrivare alla preda. Le orme di luce si perdono in uno spazio indistinto, quello che si apre dentro una fotografia. Uno spazio tempo molto particolare.

La questione dello specchio


C’è un’antica definizione del dagherrotipo offerta dallo scrittore Oliver Wendell Holmes secondo cui si tratterebbe “di uno specchio dotato di memoria”. È un’immagine molto bella e molto calzante che inaugura una luogo comune intorno al quale è il caso di  fare un po’ d’ordine.  
La fotografia condivide con lo specchio l’ambigua natura della menzogna rispetto alla vera natura degli oggetti, che non sono immagini bidimesionali, ma hanno un corpo e non solo un’apparenza. Al contempo contengono entrambi una segreta verità: l’oggetto è proprio quello che appare in quell’immagine, quell’immagine è figlia dell’oggetto, è sua traccia, senza quella cosa l’immagine dello specchio o la foto, non potrebbero esistere ed esse non sono mai soltanto rielaborazione di una mente creativa.
C’è un’altra singolare affinità tra l’immagine fotografica e l’immagine dello specchio. Entrambe infatti registrano il silenzio della materia, senza che vi si sovrapponga la mano dell’artista, oppure meglio: senza scaturire solo dalla mano di un artista. Come disse Fox Talbot, è “la matita della natura” che disegna la fotografia, non una mano umana. Oppure, possiamo pensare che il mezzo attraverso cui l’immagine si forma sulla superficie dello specchio oppure sulla superficie di una lastra, è lo stesso, è la luce. Da essa dipendono sia lo specchio che la fotografia.
Ma c’è anche una differenza essenziale: lo specchio dice dell’oggetto che c’è, la fotografia dice del mondo che è stato.  Lo specchio dice un presente attuale, la foto dice un passato cristallizzato. L’immagine appare sulla superficie riflettente solo fin tanto che essa è lì, che l’oggetto è presente, appunto, essa non ha memoria alcuna, non conserva, non trattiene. Invece la fotografia non solo rispecchia l’oggetto esterno, ma anche ne trattiene una immagine, una immagine del passato, l’oggetto era lì quando è stato immortalato dalla macchina fotografica. 
Infine, l’immagine dello specchio manca della natura di cosa a sé stante: c’è fin tanto che l’oggetto si specchia, non ha natura di oggetto a sua volta, la fotografia sì: essa è la cosa stessa che si rispecchia… in una cosa, un’altra cosa, la lastra di rame o di vetro, la carta, la stessa sequenza di pixel, costituiscono l’oggetto in cui si è materializzata l’immagine. Mentre lo specchio funziona come un contenitore della presenza, e persiste come oggetto vuoto, appunto come puro contenitore, la fotografia invece esiste singolarmente, come immagine di quella particolare cosa che si è tradotta in un’altra cosa, una cosa al quadrato. È l’immagine di quella cosa che diventa a sua volta oggetto nel mondo, e quindi soggetta al destino di tutte le cose del mondo.

Un balbettio del tempo


Il rapporto tra la fotografia e il tempo è un problema filosofico rilevante e di non facile soluzione, come sempre accade ai fenomeni complessi. Da un lato infatti appare evidente che l’immagine è posta fuori del tempo: ciò che è rappresentato è lì com’era,  e resta sempre così, l’immagine del bambino ci guarda ora come allora anche se il soggetto rappresentato è ormai un uomo adulto. Al contempo tuttavia, nessuna immagine è mai veramente fuori del tempo, sia perché in quanto oggetto è soggetta alla linea temporale che le appartiene, sia perché anche solo come immagine essa ci fa vedere qualcosa che è rispetto a noi osservatori sempre posto in un certo passato, recente o lontano, essa cioè ci fa vedere il passato, ce lo indica, ce lo fa percepire. (Il passato che scompare inesorabile, sembra fermato nella foto, ma talvolta ci facciamo bastare certe illusioni...). In questo senso come dice Bailly, il compito della fotografia è proprio quello di “condensare nella capocchia di spillo dell’istante eternizzato tutta la violenza irriducibile del passaggio delle ore.” Parafrasando la formula platonica del tempo, Bailly conclude definendo la fotografia come “una figura immobile del passaggio del tempo”. È solo uno dei modi possibili per dire questa contraddizione di cui la fotografia è portatrice, solida configurazione del tempo, tentativo di bloccare il flusso che non si può fermare, presuntuoso tentativo di vedere il Processo nel suo svolgimento. 
(La fotografia è un balbettio del tempo, quel battere il passo momentaneo che poi è cancellato dal fatto che il tempo comunque va avanti e la stessa fotografia che per un istante lo ha fermato, rientra nel processo come un suo momento, soggetto a tutte le dinamiche dell’invecchiamento, del destino degli oggetti…).