Una muta verità


La fotografia è muta. Muta di parole s’intende, perché ogni immagine in effetti ha il suo modo di comunicare, e la fotografia in quanto ibrido, in parte traccia ma in parte anche rappresentazione, non può fare a meno di parlare. Essa può dire la realtà,  a meno che non sia volutamente taroccata dal fotografo o da chi la presenta: il titolo dice “Venere” e la foto mostra una donna nuda distesa, ma non è il soggetto, la cosa raffigurata, che “finge “ di essere quel che non è, è soltanto la presunzione di un commentatore, fotografo o espositore, o editore, che mente sapendo di mentire. In quanto traccia la fotografia è il frutto di un processo causale e dunque non può mentire, non è la foto della bandiera issata a Yvo Jima che è falsa, è il soggetto agente, il fotografo, in questo caso, che mette in scena una ricostruzione. La fotografia si limita a registrare quella – vera – ricostruzione. Ancora: non so se davvero quello raffigurato è Baudelaire, forse. Così dice il fotografo, non ho altro modo di accertarmene, posso solo credergli, se non mente è vero, se mente, non lo è più. Ma la foto non diventa per questo meno vera, essa ha rappresentato proprio quell’essere umano, che fosse Baudelaire oppure no.
Proprio perché traccia, la fotografia esaudisce perfettamente al nostro desiderio di conoscere il mondo, che non nega affatto, ma anzi ribadisce ogni volta che si presenta, ogni volta che lo ferma in una  istantanea. Così, ogni lastra, ogni stampa, è forma del mondo, modo di osservarlo, linea del tessuto di relazioni che costituisce il nostro stesso stare al mondo.

Casualità e causalità


C’è nella fotografia un naturale contenuto di casualità: per quanto essa sia intenzionale, per quanto sia studiata, inquadrata, pensata dal fotografo, la natura riserva sempre un elemento di casualità, un punto, un frammento, una briciola, un soffio di vento, un’ombra improvvisa… in essa vi è sempre il colpo di dadi che va oltre, poco o tanto a ogni previsione, a ogni progetto, a ogni intenzione. Quelle pieghe del vestito, o della tovaglia, quella disposizione delle foglie, quelle onde… tutto ciò che la casualità  determina nel ritmo delle cose e della natura resta segnato nell’immagine fotografica e sporca, sposta, inquieta ogni intenzionalità.
Allo stesso tempo, tuttavia, la fotografia contiene un necessario rigore causale, in quanto traccia, il soggetto che viene colto dall’obbiettivo determina l’immagine, e vi lascia impresso un marchio temporale e spaziale: proprio in quel momento, proprio lì. E per quanto il fotografo cerchi con la sua immagine di garantire un elemento stabile, di continuità, per quanto cerchi di rappresentare l’anima di un luogo o di una persona, sempre in quell’immagine vi sarà qualcosa di niente affatto stabile, di occasionale, di casuale e insieme di necessario e necessariamente causato dal soggetto stesso.
In questo senso la fotografia è molto vicina alla realtà stessa e al suo mix indistricabile di causalità e casualità.  

Rinascimento fotografico?


Il destino della fotografia è quello di essere perennemente schiacciata fra due macigni difficilmente aggirabili: da un lato essa appare troppo reale rispetto alla pittura - ed è stato questo il suo primo confronto, per alcuni motivo di critica per altri motivo di orgoglio, quello che ha segnato la sua storia nel corso del XIX secolo -, dall’altra parte essa appare invece come troppo poco reale rispetto al cinema, oggi al video, e in questo confronto/scontro è contenuto invece il suo destino futuro. 

Combattuta tra un eccesso di realtà e un difetto di realtà la fotografia ha saputo finora trovare un proprio equilibrio, e una propria collocazione fra le attività immaginative dell’uomo, ma ci sono segnali inquietanti per il futuro, segnali che suggeriscono un passaggio della rappresentazione visuale verso la dimensione dell’immagine in movimento e il progressivo confinamento della fotografia in spazi di marginalità, ove le sparute minoranze ancora in grado di pensare l’immagine,  si confronteranno fra loro lamentandosi della scarsa capacità di incidere sull’opinione pubblica e sulla sensibilità collettiva.

È necessario affrontare il problema, è urgente che chi ancora ritiene che la fotografia possa essere una formidabile occasione di pensiero – di pensiero pensato, non di pancia ma di testa -  faccia fronte comune per un rinascimento fotografico.

Una finestra sul mondo (senza cornice)


Molto più della pittura, la fotografia ha la natura della “finestra”. Ora, deve essere chiaro, la finestra è propriamente il cuore stesso della rappresentazione visiva: per rappresentare infatti noi incorniciamo un pezzo di realtà, lo strappiamo dal magma in cui è preso circoscrivendolo, lo separiamo dal tessuto di relazioni su cui insiste. Ogni quadro è una finestra sul mondo, anche se questa sua natura è spesso coperta dal simbolismo, dall’astrattismo, da codici non immediati, che hanno appunto lo scopo di occultare la natura di finestra dell’opera d’arte. Fingendo di non avere il mondo per oggetto, l’arte contemporanea può fingere appunto di non esser quella finestra che invece è la sua più intima condizione. Una condizione che al fondo persiste sempre, ed è sempre rintracciabile.

Nel caso della fotografia, questa natura invece è esplicita, non è occultabile, è contenuta necessariamente nella sua qualità di traccia (e insieme di icona, cioè di rappresentazione somigliante del vero. L’opera fotografica è appunto quella che esibisce la propria natura di finestra sul mondo, quella che non può nasconderla. La fotografia non può uscire dalla cornice (che non ha).

Oltre l'attimo, lo stato del mondo


Ma davvero la fotografia deve cogliere “l’attimo decisivo” come sostiene Cartier-Bresson? Proviamo un momento a riflettere: cos’è veramente l’attimo decisivo? Secondo me l’ha chiarito benissimo Willy Ronis, con una formula molto efficace: “immediatamente prima dello scatto è troppo presto, subito dopo è troppo tardi”. C’è soltanto quell’attimo, solo quello e nessun altro, allo stesso modo nel pianoforte, accanto a ogni nota giusta ci sono due note sbagliate. Ma se questo ci appare credibile se pensiamo a tutta la fotografia umanista francese della quale rappresenta la formula, certo essa appare invece piuttosto anacronistica di fronte a tanta grande fotografia di paesaggio o di architettura, nella quale la fotografia non è tanto impegnata nel fissare un attimo irripetibile ma cerca piuttosto di aprire una finestra sul mondo attraverso la quale il mondo possa offrire di sé un volto non banale, non scontato, non già visto. Allora il soggetto non è più tanto l’attimo irripetibile ma il mutevole stato del mondo che ho di fronte, e, meglio ancora, lo sguardo attraverso il quale riesco a cogliere quello stato e a trasformarlo in figura. La fotografia coglie stati del mondo, entro i quali è inesorabilmente coinvolto lo stesso fotografo.