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La sfida del colore

Il bianco e nero è un tessuto che rende omogenea qualsiasi immagine. Il colore distingue e frammenta. Nel bianco e nero la dispersione del soggetto nell’inquadratura è sempre recuperata dall’omogeneità del non – colore.

Nel colore appare sempre una seconda immagine oltre quella dei soggetti inquadrati, è l’immagine che deriva dai rapporti tra i colori in senso astratto, al di là degli oggetti in cui sono incarnati, le masse di colore si dispongono come tali, come se potessero essere disincarnate. Anche solo la tonalità prevalente, oppure la saturazione o desaturazione dei colori ha voce in capitolo nella fotografia (basta riflettere sulle immagini di Ghirri per esempio).

Nel bianco e nero invece, l’omogeneità dei grigi, è interrotta soltanto, in alcuni casi, dal rapporto ombre/luci, che funziona come con il colore: fa emergere cioè un’altra immagine, indipendente dall’oggetto. Si tratta però di un fenomeno raro, non sono poi molti i fotografi in grado di far emergere il rapporto ombra/luce come una vera  e propria meta rappresentazione.

È per questo che, potendo scegliere, oggi  a me sembra che fotografare in bianco e nero, rischi di essere un escamotage: accontentarsi di un livello d’immagine, avere la garanzia di una coerenza di immagine forzata. Forse la vera sfida è fotografare a colori?

Figura della realtà


Ad oggi i fotografi hanno puntato i loro obiettivi:
-  sul paesaggio, sulla città, sull’architettura
- sul volto, sulla persona per realizzare il ritratto del singolo o del gruppo, sulle persone catturate nella vita reale o collocate in posa
- sulle forme, sui colori, sui dettagli come astrazione artistica del reale.
Ora si tratta di recuperare tutte queste possibilità – altre non ve ne sono – spingendole verso un percorso di riflessione: rappresentare per riflettere, oppure riflettere attraverso la rappresentazione. Non che i grandi fotografi non l’abbiano sempre fatto, intendiamoci, Cartier-Bresson o Luigi Ghirri questo hanno realizzato: hanno usato la rappresentazione per riflettere sul mondo circostante, ma si è sempre trattato di una riflessione muta, più di un grido d’angoscia (Diane Arbus, molta fotografia americana) inarticolato, che non di una riflessione compiuta.
La filosofia per la sua stessa natura non può accontentarsi del grido, della percezione, della silenziosa emozione di fronte all’immagine, ha bisogno di trasformare l’immagine in una figura. Cioè in una occasione di pensiero. La fotografia può tornare ad essere figura della realtà, e dunque occasione per uno sguardo critico, per una riflessione intorno alle sue ragion e ai suoi torti, intorno ai nostri sogni di uomini di questo tempo, intorno a questo tempo e questo spazio entro cui costruiamo le nostre esistenze. C’è molto da fotografare.

Spazio e tempo

"La fotografia essenzialmente riguarda un giusto e corretto rapporto tra spazio e tempo. Tra spazialità dell'esterno e tempo di realizzazione dell'immagine." (Luigi Ghirri) Forse è il caso di chiarire meglio quesata fulminante intuizione di Ghirri: la fotografia ha a che fare con lo spazio, certo, in quanto traccia della realtà, ma al contempo non c'è spazio senza un tempo, e dunque essa ha a che fare con il tempo dell'esterno, cioè quello che fissa l'evento di cui la foto è traccia, e con il tempo dell'interno, che è quello del fotografo che quella foto ha realizzato e che è sempre parte dell'evento stesso. C'è infine un'altra sfumatura del tempo che entra in gioco nella fotografia, cioè quella legata al movimento delle cose, che impone tempi diversi nell'apparecchio fotografico per essere fissato. La foto infatti non è solo rappresentazione del mondo in condizione statica, è anche, in molte forme diverse, rappresentazione del mondo in condizione dinamica, anche se di tale dinamismo, può offrirci solo un singolo ritaglio, un frammento, un evento apparentemente strappato al flusso inarrestabile delle cose.