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Figura della realtà


Ad oggi i fotografi hanno puntato i loro obiettivi:
-  sul paesaggio, sulla città, sull’architettura
- sul volto, sulla persona per realizzare il ritratto del singolo o del gruppo, sulle persone catturate nella vita reale o collocate in posa
- sulle forme, sui colori, sui dettagli come astrazione artistica del reale.
Ora si tratta di recuperare tutte queste possibilità – altre non ve ne sono – spingendole verso un percorso di riflessione: rappresentare per riflettere, oppure riflettere attraverso la rappresentazione. Non che i grandi fotografi non l’abbiano sempre fatto, intendiamoci, Cartier-Bresson o Luigi Ghirri questo hanno realizzato: hanno usato la rappresentazione per riflettere sul mondo circostante, ma si è sempre trattato di una riflessione muta, più di un grido d’angoscia (Diane Arbus, molta fotografia americana) inarticolato, che non di una riflessione compiuta.
La filosofia per la sua stessa natura non può accontentarsi del grido, della percezione, della silenziosa emozione di fronte all’immagine, ha bisogno di trasformare l’immagine in una figura. Cioè in una occasione di pensiero. La fotografia può tornare ad essere figura della realtà, e dunque occasione per uno sguardo critico, per una riflessione intorno alle sue ragion e ai suoi torti, intorno ai nostri sogni di uomini di questo tempo, intorno a questo tempo e questo spazio entro cui costruiamo le nostre esistenze. C’è molto da fotografare.

L'epoca del ci-sono

La fotografia è l'arte della quotidianità, ma non per via del fatto che lo strumento tecnologico è diventato veramente alla portata di tutti, nelle vesti dello smartphone che è anche una macchina fotografica, e che stando sempre in tasca consente a tutti di documentare fotograficamente ogni momento dell'esistenza. O anche soltanto di fissare testimonianza di sè ovunque e in qualsiasi momento indipendentemente dall'accadere di qualche evento particolare, il selfie, è infatti soltanto una nuda esclamazione di esistenza, sensa sostanza, non apre alcun mondo parallelo, anzi pretende di decorare questo mondo, con il suo inutile frastuono. Attraverso questa pratica così diffusa ci siamo portati dall'epoca dell'Esserci, a quella del ci-sono. 
Ma la foto con lo smartphone è allora davvero un "gesto fotografico"? Io credo di no. Chi fissa un'immagine al volo con il cellulare non sta veramentre fotografando, o meglio lo fa senza la consapevolezza del gesto. E' preso dall'immagine, non dall'immaginario. 

La cosa fotografia

La fotografia non è segno, nè propriamente un linguaggio: essa è prima di tutto traccia, come le orme dell'uomo sulla sabbia bagnata, come le scie dei pneumatici sull'asfalto. Un evento materiale che fissa uno spazio-tempo, lo riproduce non nella sua interezza, nè attraverso un processo di significazione, ma attraverso un oggetto, un tratto di materia che resta saturo di quel tempo, di quello spazio, di quell'evento di cui è il calco. Per questo "si impara a leggere un fotografia come si impara a leggere un'impronta o un cardiogramma."(J. Berger) Di fronte alla fotografia, dunque, possiamo ben capire che le cose spesso ci parlano, se soltanto siamo disposti a starle ad ascoltare.  Tuttavia, la"cosa" fotografia, contiene in sè anche un altro elemento, perchè essa non è mai neutrale, e non può fare a meno di rendere evidente il gesto del fotografo. Certo l'apparecchio fotografico è soltanto una macchina, ma la cosa fotografia non cessa di mostrare che attraverso quell'apparecchio uno sguardo si è reso consapevole. Questo è innanzi tutto la fotografia, uno sguardo che si mostra consapevole di sè.

Non si può fotografare tutto

Tutto è fotografabile, l'esperienza del fotografico ha aperto per l'uomo questa  scena del mondo in quanto esso appare interamente riproducibile, e non può sottrarsi al desiderio di rappresentazione che l'uomo ha dentro di sè. 
Tuttavia non si può fotografare tutto: la fotografia è selezione, è scelta, è scarto. "Se tutto quello che esiste fosse di continuo fotografato, nessuna fotografia avrebbe più senso", e di conseguenza, "la fotografia è il processo attraverso cui l'osservatore diventa consapevole di sè" (J. Berger). Non c'è vero fotografo, dunque se non quello che prima di scattare ha pensato, che prima di osservare ha vissuto, che prima di tutto ha preso coscienza del mondo in cui è immerso, e di quanto in esso deve ancora essere racccontato.