Visualizzazione post con etichetta Sciascia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sciascia. Mostra tutti i post

Guerra contro il tempo


Leonardo Sciascia sostiene la tesi per il cui il Ritratto fotografico dovrebbe essere inteso come una forma di entelechia aristotelica. Se il luogo comune a proposito del ritratto fotografico pensa sia un modo di affidarsi alla mano altrui, invece bisogna riconoscere che il ritratto fotografico come entelechia ci dimostra che ognuno, in ogni punto della propria vita è colui che è alla fine della propria esistenza. Così come Barthes riconosce la madre nella foto di una bambina di cinque anni, e così come Agostino dice del tempo che tutte e tre le dimensioni sono presenti simultaneamente nell’anima. Il presente della fotografia contiene il passato di quando è stata fatta e il futuro che è venuto dopo e che la morte magari ha concluso, perché la foto inesorabilmente, come dice Barthes, rappresenta un “è stato”. Ed è proprio questa la sua natura di traccia del reale. Il punto è che noi stessi fraintendiamo il reale e non ci accorgiamo che esso stesso contiene in sé il tempo, il suo passato, il suo presente di cosa, il suo futuro di possibilità. Ecco la fotografia, possiamo aggiungere noi, ha questo effetto rivelativo di fare emergere la vera natura del rapporto tra le cose  e il tempo, e ciò vale in modo inquietante anche per noi esseri umani, come dimostra il ritratto fotografico.
Nulla dunque è più vicino all’abolizione del tempo della fotografia, scrive sempre Sciascia (Scrittori e fotografia), ma allo stesso tempo nulla è anche più lontano. È questo il “piccolo dramma metafisico” che ogni fotografia e in particolare quella di ritratto conserva in sé.
Perché la fotografia è appunto una guerra contro il tempo, persino più efficace di quella rappresentata da storia e romanzo. Ma è una guerra che la fotografia è destinata a perdere.

Una realtà ma poco reale?

La complessa natura della fotografia, insieme traccia e rappresentazione, ha portato spesso ad un equivoco, ovvero alla presunzione che essa si possa fare strumento di un "realismo" artistico. Certo è che lo sviluppo storico del naturalismo, del verismo, di tante forme d'arte oggettiva e realistica, appunto, dipende strettamente dalla rivoluzione dello sguardo realizzata a partire dal 1839 dalla diffusione della fotografia. Zola, fotografo, Verga fotografo, Capuana, "giocoliere della camera oscura" per dirla con Sciascia, testimoniano molto bene questo legame storico. 
Il punto però è che, a ben guardare, la fotografia non è mai veramente "realistica" - anche se ne ha avuto spesso l'intenzione -, essa infatti non ci mostra la realtà qual è, non ci mostra la realtà quale la vediamo, nella sua oggettività nuda e pura, misurabile e quantificabile, prima di tutto perchè non è in grado di riprodurre la visione tridimensionale che è propria dell'occhio umano, e poi perchè i colori percepiti dall'occhio non sono mai (o quasi) quelli rappresentati dall'immagine fotografica, anzi, per assurdo, la sensazione di maggiore "realismo" si realizza proprio di fronte alla fotografia in bianco e nero che però è quella più falsificante rispetto alla nostra visione naturale. Ma anche sorvolando su tutto questo, anche ipotizzando una fotografia perfettamente rispettosa della visione umana, resta il fatto, insuperabile, che dietro di essa c'è tutto il lavoro del fotografo, che sceglie tempi, obiettivi, diaframma, sensibilità della pellicola, che inquadra, ritaglia, scatta ecc., e questo è proprio un lavoro di "presa di distanza" rispetto alla realtà, rispetto all'immediatezza dell'occhio. Tanto più è presente il fotografo tanto più si apre la distanza dalla realtà delle cose. 
L'esser-traccia della fotografia, non è sufficiente a mostrare il mondo sotto forma di oggetto misurabile, e quindi circoscrivibile, definibile, immutabile. 
La traccia che è nella fotografia indica una realtà meno realistica di quanto si vorrebbe.