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Fotografia apollinea?

La fotografia dimostra che all'uomo un mondo solo non basta. Essa ci mostra in ogni immagine il desiderio e il bisogno umani di creare altri mondi da questo, o meglio, di realizzare in questo mondo infiniti stati di cose, come se fossero altri mondi. 
E' la natura apollinea dell'uomo che emerge continuamente, la sua connaturata esigenza del meglio. 
Al contempo, si intende, la fotografia ci mostra anche che questo desiderio di altri mondi non può farci sfuggire al nostro destino di essere in questo e soltanto in questo. La fotografia  che rappresenta stati di cose mai realizzati prima, infatti, si concretizza sempre e comunque in un oggetto di questo mondo, perchè siamo inesorabilmente implicati, ogni gesto che punta ad uscire dal mondo, è un gesto interno al mondo.

Siamo tutti fotografi ?

La fotografia è entrata nella quotidianità sia in senso passivo che in senso attivo. Nel primo caso in quanto siamo di fatto bombardati da immagini fotografiche attraverso i media, ma anche negli spazi di vita, lungo le strade, nei centri commerciali, nei negozi, nelle vetrine, ecc. In senso attivo in quanto il gesto di fotografare è diventato un gesto diffuso a livello universale. Non c'è turista che non si senta in dovere di fissare in una memoria fotografica le immagini, gli eventi, le scene del suo viaggio. Il cellulare, poi, ha reso questo gesto ancora più semplice, non è più necessario avere per le mani un apparecchio fotografico, basta qualsiasi telefonino e la fotografia è fatta. Anche il non turista, d'altra parte, può fissare un momento particolare, una emozione occasionale, un incontro, o documentare un fatto, o comunicare la sua posizione, il suo essere impegnato in qualche luogo. Ma non è necessario nemmeno un evento eccezionale, nè un luogo straordinario, perchè la fotografia sotto la veste del selfie è diventata pura comunicazione esistenziale: eccomi, esisto!
In questo senso siamo tutti fotografi e la fotografia non è  più un gesto speciale, ma ha invaso il quotidiano, e ne è diventata parte integrante. Tuttavia questo uso e abuso dell'immagine reale, testimonia certo del costitutivo bisogno umano di espressione figurata, di rappresentazione, ma come accade alle monete che si svalutano, anche la fotografia così diffusa e così universalmente praticata s'impoverisce di senso, diviene un gesto comune, diviene una attività incapace tanto di esprimere il meglio come nelle pratiche artistiche apollineee, quanto di esprimere il possibile come nelle pratiche artistiche dionisiache. E precipita invece nell'indifferenza e nella neutralità delle pratiche mercantili.

Fotografia dionisiaca

La fotografia nasce per realizzare un sogno artistico, quello della fedeltà assoluta, e si serve della macchina, del dispositivo tecnico, come strumento per realizzare questo obiettivo. In questo senso la fotografia sembra quasi il frutto di un delirio meccanicista, che trova nella camera oscura il modo di ridurre il mondo a immagine con fedeltà quasi assoluta, e riducendo al minimo, al contempo l'intervento della mano umana.  
Tuttavia l'intento sostanzialmente fallisce, nel momento in cui si scopre il valore artistico dell'immagine fotografica. Quando la fotografia diviene arte a sua volta distinta dall'arte pittorica, allora appare chiaro che essa non è solo applicazione tecnica, non è una macchina che fa a meno dell'uomo per riprodurre il mondo in assoluta fedeltà, ma è un uomo che attraverso la macchina cerca di rappresentrae il mondo fermandolo: solo la fotografia - non il quadro - sa infatti bloccare e rappresentare lo spazio-tempo. E il mondo è spazio-tempo. La specificità della fotografia rispetto alla pittura consiste proprio in questo: essa contiene una - complessa - immagine dello spazio-tempo. 
Allora, mentre il quadro è apollineo perchè rilegge e riscrive il mondo intendendolo al suo meglio, la fotografia è dionisiaca perchè ha la pretesa un po' folle, un po' superba, un po' divina, di fermare lo spazio-tempo, di toccare con mano il processo che non si può fermare.