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Sul falso in fotografia


È sempre falsificabile il significato di una fotografia, e dunque il suo uso, il contesto in cui viene utilizzata, ma non è veramente falsificabile la fotografia. E il fotomontaggio che pare smentire questa affermazione in realtà la conferma, perché esso non fa altro che sommare singole fotografie per le quali, individualmente prese, vale ciò che si è detto.
In questo senso è possibile affermare che la fotografia non mente, è il gesto a essa connesso, sia quello di un fotografo, o del direttore di un giornale, o di un webmaster, che può trasformarla in uno strumento di menzogna. Doppiamente subdolo perché inganna fingendo di essere testimone veritiero. Ingannatore verso chi si fida direbbe Dante. Nono cerchio dell’inferno.

E il digitale nonostante ciò che molti credono non ha affatto modificato questa situazione, che a impressionarsi non siano sali d’argento ma pixel non ha conseguenza alcuna sulla natura ontologia della fotografia. Semplicemente nell’epoca del digitale la fotografia appare come più facilmente falsificabile, ma non per questo più falsa. È sempre l’operazione di contesto che la rende menzognera. È una questione etica dunque non estetica.

Una muta verità


La fotografia è muta. Muta di parole s’intende, perché ogni immagine in effetti ha il suo modo di comunicare, e la fotografia in quanto ibrido, in parte traccia ma in parte anche rappresentazione, non può fare a meno di parlare. Essa può dire la realtà,  a meno che non sia volutamente taroccata dal fotografo o da chi la presenta: il titolo dice “Venere” e la foto mostra una donna nuda distesa, ma non è il soggetto, la cosa raffigurata, che “finge “ di essere quel che non è, è soltanto la presunzione di un commentatore, fotografo o espositore, o editore, che mente sapendo di mentire. In quanto traccia la fotografia è il frutto di un processo causale e dunque non può mentire, non è la foto della bandiera issata a Yvo Jima che è falsa, è il soggetto agente, il fotografo, in questo caso, che mette in scena una ricostruzione. La fotografia si limita a registrare quella – vera – ricostruzione. Ancora: non so se davvero quello raffigurato è Baudelaire, forse. Così dice il fotografo, non ho altro modo di accertarmene, posso solo credergli, se non mente è vero, se mente, non lo è più. Ma la foto non diventa per questo meno vera, essa ha rappresentato proprio quell’essere umano, che fosse Baudelaire oppure no.
Proprio perché traccia, la fotografia esaudisce perfettamente al nostro desiderio di conoscere il mondo, che non nega affatto, ma anzi ribadisce ogni volta che si presenta, ogni volta che lo ferma in una  istantanea. Così, ogni lastra, ogni stampa, è forma del mondo, modo di osservarlo, linea del tessuto di relazioni che costituisce il nostro stesso stare al mondo.