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Sul falso in fotografia


È sempre falsificabile il significato di una fotografia, e dunque il suo uso, il contesto in cui viene utilizzata, ma non è veramente falsificabile la fotografia. E il fotomontaggio che pare smentire questa affermazione in realtà la conferma, perché esso non fa altro che sommare singole fotografie per le quali, individualmente prese, vale ciò che si è detto.
In questo senso è possibile affermare che la fotografia non mente, è il gesto a essa connesso, sia quello di un fotografo, o del direttore di un giornale, o di un webmaster, che può trasformarla in uno strumento di menzogna. Doppiamente subdolo perché inganna fingendo di essere testimone veritiero. Ingannatore verso chi si fida direbbe Dante. Nono cerchio dell’inferno.

E il digitale nonostante ciò che molti credono non ha affatto modificato questa situazione, che a impressionarsi non siano sali d’argento ma pixel non ha conseguenza alcuna sulla natura ontologia della fotografia. Semplicemente nell’epoca del digitale la fotografia appare come più facilmente falsificabile, ma non per questo più falsa. È sempre l’operazione di contesto che la rende menzognera. È una questione etica dunque non estetica.

Ontologia della fotografia


La fortuna del fotografo è che il mondo gli si offre. Pronto. Che il mondo è lì. La fotografia è un’ontologia molto saggia, perché dice l’esperienza, al di là di ogni scetticismo, che il mondo è lì, che il mondo c’è. E che noi siamo nel mondo.
Il fotografo si pone come testimone informato dei fatti, i fatti sono proprio quei frammenti di esistenza e di mondo che egli ritaglia dal flusso del tempo. Tuttavia, egli è anche la prova che tutto il nostro mondo, il mondo visibile è allo stesso tempo e nella stessa misura anche un mondo invisibile. O meglio: che l’invisibile si innesta nel visibile, che ciò che vediamo, percepiamo, ciò di cui siamo testimoni attraverso le immagini che realizziamo, tracce del reale, contiene in sé anche un altro lato non visibile, come accade ad ogni oggetto, ma anche ad ogni forma, ad ogni movimento, ad ogni percezione come ad ogni immaginazione. Ogni luce ha la sua ombra. Il fotografo è maestro della luce e quindi anche dell’ombra. La saggia ontologia del fotografo non è dunque un materialismo gretto, ma è piuttosto una testimonianza complessa della realtà intesa come un impasto di percezione di sguardo, di visibile e di invisibile, di luce e di ombra.

Prove ontologiche

Forse esiste solo ciò che è fotografato. Forse se ci chiediamo se qualcosa esiste possiamo rispondere con certezza solo esibendo una bella fotografia. Forse è così che ormai funziona il nostro sistema probatorio ontologico (che le cose esistano) nell'epoca mediatica. 
Ci affidiamo come garanzia d'esistenza a una foto che non è altro se non una confusa agglomerazione di sostanze sensibili o di pixel. Eppure è proprio quel tipo di materia che funziona da garanzia ontologica. Allo stesso tempo, tuttavia noi sappiamo, almeno a partire dalle riflessioni di Roland Barthes, che la fotografia ha introdotto una nuova categoria dello spazio-tempo, non l'Esserci, ma l'Esserci-stato, ovvero una congiunzione tra il qui e un tempo, ciò dà alla fotografia un certo qual carattere magico, il potere di rendere presenti le cose assenti, e insieme di rendere vero ontologicamente (esiste!) ciò che in realtà è esistito. E' l'evidenza sorprendente di ciò che appare esistere, anche se la prova che prendiamo per buona non resisterebbe a nessuna seria indagine, eppure per noi è sufficiente. Perchè in fondo - ma non lo ammetteremo tanto facilmente - il nostro rapporto con il mondo che vorremo così rigidamente e solidamente fondato, in fondo non è altro che una miscela di visibile e invisibile, e spesso ci illudiamo, immaginiamo, creiamo, più di quel che saremmo disposti ad ammettere.