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Inconscio tecnologico?


L’equivoco dell’inconscio tecnologico sostenuto a partire dagli anni ’70 da Franco Vaccari ma ancora presente in molti settori della fotografia artistica, si spiega tutto con l’infatuazione per il discorso psicoanalitico tipica di quella stagione, e con l’eredità di un concetto di alienazione che proviene invece dall’ideologia e si sposava allora felicemente con la critica al mondo della tecnica portata avanti da molti filosofi.  Di qui si sviluppava l’idea del pericolo che la tecnica potesse cancellare l’umanità, e che si trattasse di una forza dotata di una sua propria autonomia  e di una oscura  - inconscia -, una capacità di guidare i destini del mondo.
L’ingenuità di una proiezione umana sulla macchina si svela da sola, eppure nel concetto c’è qualcosa di rilevante, anche se toccato solo di sfioro. È innegabile, infatti, che la nostra dipendenza dalle macchine e dalle trasformazioni che esse subiscono è tale per cui non è affatto ingenuo né equivoco affermare che una buona parte della nostra possibilità di vedere dipende dallo strumento. Non perché esso possieda un fantomatico inconscio, né perché possieda una propria intelligenza – ciò che accade solo nei film – ma perché lo strumento tecnico rende possibile una visione e al contempo rende obsoleta e impropria un’altra visione.  
Poter fermare il movimento con tempi brevissimi, ad esempio, mi consente di cogliere sfumature del mondo prima quasi invisibili, posso cogliere e fermare quell’attimo decisivo che l’occhio non è in grado di immortalare. Al contempo, però, la macchina ci disabitua al contrario a cogliere la lentezza, a coltivare l’attesa, a godere dell’impreciso e dello sfuocato, che non a caso diventano motivi d’arte. Potendo cogliere tutto perdiamo la sensibilità necessaria a cogliere l’insieme al di là del dettaglio, la forma globale, il legame tra soggetti e contesto, l’aura dell’occasione.

Martin Parr

Il numero 8 della Collana "Magnum La storia Le immagini" uscito in questi giorni è dedicato all'opera di Martin Parr. Vale la pena, per chi non lo conoscesse, soffermarsi su uno dei più singolari e creativi fotografi del nostro tempo. Ciò che mi ha sempre colpito del suo lavoro è il coraggio. Parr non è un documentarista, non è un fotografo di guerra, non è un esploratore di zone disperate del mondo, è un osservatore di particolari, un osservatore che però ha il coraggio di vedere l'orrore a casa nostra, la contraddizione tragica del nostro mondo. Parr ha fotografato, per fare un esempio, la Gran Bretagna degli anni '80, specchio di un occidente travolto dal consumismo e dall'inguistizia sociale, segnato dallo spalancarsi della forbice tra ricchi e poveri. Nelle sue fotografie impietose è apparso  un mondo di gente ammutolita e sgomenta, e di fenomeni di massa, di cibi spazzatura, di coppie senza emozioni, di turisti omologati. Parr ha messo in ridicolo comportamenti stereotipati, ha fotografato, in un attimo di suprema ironia, la gente che fotografa compulsivamente. Ha cancellato dalla foto le figure standard, le inqudrature a regola d'arte, concentrandosi invece su dettagli mostruosamente enfatizzati, un cappello, un colletto da prete, le unghie di una mano, l'inquietante fessura di un mappamondo salvadanaio arruginito, una ciambella mangiucchiata, dei piedi, una fetta di polpettone... particolari della vita comune, della vita quotidiana, che così sottratti all'anonimato e resi portagonisti, si espongono come urla laceranti di una sguardo non neutrale, di uno sguardo che non può non dire le assurdità, le follie del nostro mondo, traccia e rappresentazione di una esistenza alienata e irridemibile.