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L’oscillazione nello spazio-tempo


Cosa manca nella visione dell’oggetto che si realizza con la fotografia? Manca propriamente la dimensione spazio temporale. Perché quell’oggetto non risponde alle categorie della distanza, della posizione, della misura che esigono la presenza di un corpo senziente. Nessuna fotografia può dire con esattezza è qui, è lì, dista tot, misura tot ecc.
L’oggetto in fotografia è sottratto a questa rete di rapporti, mentre non vi è sottratta la fotografia come oggetto. Quest’ultima infatti è qui o là, è a portata di mano o a una certa distanza, insomma appartiene a quell’intrico di rapporti che costituisce lo spazio tempo nel quale noi viviamo quotidianamente mentre l’oggetto in foto no, esso non è né lì dove appare, né qui dove è rappresentato, semplicemente non entra in alcun modo nel mondo delle mie possibilità, cioè appunto non è nello spazio-tempo presente.
Ma c’è stato osserverebbe Barthes: è vero dalla foto possiamo dedurre un’esistenza passata, noi sappiamo che vi è stato uno spazio-tempo in cui quell’oggetto pesava e misurava e distava da un corpo senziente, che è quello del fotografo. E sappiamo che ora appartiene a un altro spazio-tempo presente che è quello dell’oggetto fotografia.
Ecco allora che comincia  delinearsi la particolare torsione dello spazio-tempo determinata dalla fotografia: l’oscillazione. L’oggetto in fotografia oscilla continuamente fra diverse dimensioni dello spazio-tempo, quella del passato, quella del presente, senza potersi fermare, una specie di moto oscillatorio perpetuo.

Inconscio tecnologico?


L’equivoco dell’inconscio tecnologico sostenuto a partire dagli anni ’70 da Franco Vaccari ma ancora presente in molti settori della fotografia artistica, si spiega tutto con l’infatuazione per il discorso psicoanalitico tipica di quella stagione, e con l’eredità di un concetto di alienazione che proviene invece dall’ideologia e si sposava allora felicemente con la critica al mondo della tecnica portata avanti da molti filosofi.  Di qui si sviluppava l’idea del pericolo che la tecnica potesse cancellare l’umanità, e che si trattasse di una forza dotata di una sua propria autonomia  e di una oscura  - inconscia -, una capacità di guidare i destini del mondo.
L’ingenuità di una proiezione umana sulla macchina si svela da sola, eppure nel concetto c’è qualcosa di rilevante, anche se toccato solo di sfioro. È innegabile, infatti, che la nostra dipendenza dalle macchine e dalle trasformazioni che esse subiscono è tale per cui non è affatto ingenuo né equivoco affermare che una buona parte della nostra possibilità di vedere dipende dallo strumento. Non perché esso possieda un fantomatico inconscio, né perché possieda una propria intelligenza – ciò che accade solo nei film – ma perché lo strumento tecnico rende possibile una visione e al contempo rende obsoleta e impropria un’altra visione.  
Poter fermare il movimento con tempi brevissimi, ad esempio, mi consente di cogliere sfumature del mondo prima quasi invisibili, posso cogliere e fermare quell’attimo decisivo che l’occhio non è in grado di immortalare. Al contempo, però, la macchina ci disabitua al contrario a cogliere la lentezza, a coltivare l’attesa, a godere dell’impreciso e dello sfuocato, che non a caso diventano motivi d’arte. Potendo cogliere tutto perdiamo la sensibilità necessaria a cogliere l’insieme al di là del dettaglio, la forma globale, il legame tra soggetti e contesto, l’aura dell’occasione.