In pieno ‘800 Gustav Flaubert
scrive alla voce “Dagherrotipo” del suo Dizionario
dei luoghi comuni:”sostituirà la pittura” (p. 40), e poi rimanda alla voce
“Fotografia” dove ribadisce: “Spodesterà la pittura” (p. 50). Ora, tralasciando
il riferimento circolare palesemente ironico, c’è da osservare che questa
raccolta è una sorta di stupidario, cioè di luoghi comuni della buona
convenzione borghese, di ciò che “si dice” perché… lo dicono tutti, non perché
sia vero, di ciò che è opportuno dire in una conversazione elegante. E dunque
già pochi anni decenni dopo la sua invenzione è luogo comune che la fotografia
soppianti la pittura, un luogo comune che l’intellettuale più scaltrito può
irridere, perché probabilmente si è già reso conto, come accade di solito ai
grandi artisti che sono capaci di pre-vedere ciò che si profila all’orizzonte,
che in realtà ciò non potrà accadere, perché nel frattempo la pittura stessa è
cambiata. A Daguerre infatti risponde Cezanne! E di fronte alla fotografia che
sa rappresentare ogni più piccolo dettaglio, ogni sfumatura, ogni piega, la
pittura finalmente liberata dall’ossessione della realtà può lanciarsi nella
creazione dell’immaginario. Ed entrare nel territorio oscuro e inesplorato
della realtà allargata.
Oltre l’istante
“Per noi quello che sparisce è
perduto per sempre” dice Cartier-Bresson e sembra proprio
così. La fotografia ha pensato a lungo e forse ancora spesso lo pensa, che il
suo compito sia quello di salvare uno stato del mondo dal Processo che lo
supera continuamente, perché ogni stato del mondo che non sia stato fermato
sarebbe destinato ad essere fagocitato dal movimento inarrestabile della
realtà. Di qui forse viene anche l’ansia attuale, resa possibile
dall’evoluzione tecnica del digitale, di fissare tutto, di fermare tutto, di
conservare ogni momento anche il più insignificante nella presunzione che sia
anche l’unico modo per salvare qualcosa dall’immane distruzione del tempo. Ciò
che sfugge in questa dinamica che sembra essere ancora dominante in molte parti
della pratica fotografica dei nostri giorni, è che invece il Processo non
distrugge proprio nulla, che l’istante che sia fermato a meno dall’immagine
fotografica non è destinato a scomparire in un nulla terrificante e
irredimibile, perché ogni stato del mondo non è altro che lo stato precedente e
quello successivo, sfogliati come in una sovrapposizione di trasparenze.
Allora, questa idea che di
tutti i mezzi di espressione la fotografia sia “la sola capace di rendere
l’eternità d’istante” che è propria dello stesso Cartier-Bresson, andrebbe
ampiamente ridimensionata. L’istante non ha bisogno della fotografia per essere
fermato, esso continua ad esistere, nonostante la presenza o l’assenza del
fotografo, esiste nello spazio che ci circonda, nel mondo che abbiamo di
fronte, nello spazio tempo nel quale noi stessi abbiamo ragione di esistere.
Ma forse è proprio questa la
svolta che il fotografico deve elaborare compiutamente oggi. O almeno è quel
che deve cominciare a pensare.
Mondi paralleli
C’è una corrente di pensiero
attuale, per esempio Dubois, che pensa la fotografia come la rappresentazione
di un mondo possibile e non come l’essere stato di un fatto reale. In questo
senso la fotografia mostrerebbe non ciò che è stato ma ciò che è in un mondo parallelo, a-referenziale, plausibile, dotato
di una propria logica e di una propria coerenza, ma non direttamente emanato
dalla realtà fisica. L’immagine fotografica in questo senso non apparterrebbe
all’universo della referenza ma piuttosto a quello della fiction. Chi si ferma su questa ipotesi non s’accorge chiaramente
che la fotografia per il semplice fatto di essere chiamata in questo mondo, e
di non essere dunque altra cosa,
contiene in sé un legame referenziale, il che per altro non impedisce affatto
che vi siano fotografie capaci di manifestare questa intenzione funzionale,
solo che essa non cancella affatto il valore di traccia dell’immagine
fotografica, quanto piuttosto la arricchisce di un contenuto aggiuntivo. Perché
effettivamente è così, la fotografia tra le tante cose che sa fare, sa
costruire mondi paralleli, ove “parallelo” significa che sta in un legame
d’appartenenza con questo mondo, non è propriamente un altro mondo, ma questo
in una sua versione; cioè la fotografia costruisce anche mondi possibili,
dentro il mondo reale, nel momento in cui cogliendo una traccia del mondo
isolata dal resto, strappata dal legame che la rende vera, la propone come
forma o come espressione inaspettata e impensata. Il mondo parallelo che la
fotografia può costruire è sempre un mondo che si apre come evento di ciò che
ancora non è stato pensato, emergenza di un invisibile, apparizione di una possibilità. In quanto rappresentazione,
e dunque frutto del lavoro intenzionale di un agente, essa rappresenta uno
squarcio nella realtà che può prefigurare una variante di esso, cioè appunto
una possibilità.
Trasparenza
Osserviamo una fotografia: attraverso
di essa noi vediamo il mondo come lo si
può vedere attraverso un vetro. Si frappone ma non si oppone. Per la natura di
traccia che possiede, la fotografia non può non avere una certa trasparenza,
non assoluta, ovviamente, una percentuale variabile a seconda della
intenzionalità del fotografo. Eppure guardando una fotografia non possiamo non
avere la sensazione di guardare il mondo stesso, o almeno un’ombra del mondo, un
fantasma del mondo. Mentre il dipinto non è mai trasparente, in alcun modo, in
alcuna misura, nemmeno il più realistico, esso si oppone come superficie non
penetrabile al nostro sguardo. Ciò ovviamente non significa che la fotografia
non conservi la propria soggettività di intenzione, il punto di vista
e il lavoro del fotografo stesso, ma all’origine c’è sempre il processo causale
che ha origine da una oggetto del mondo. Anche la foto più elaborata e più “artistica”
conserva una sua certa capacità di trasparenza, senza la quale non sarebbe più una
foto. Il digitale e la natura della fotografia
La grande riflessione teorica
intorno alla fotografia si sviluppa negli anni ‘70/’80, a partire dai testi di
Susan Sontag (1977) e di Roland Barthes (1980), e poi a quelli di Denis Roche,
Jean-Marie Scheffer, Rosalind Krauss e altri. In questo contesto nasce il
concetto del “fotografico”, che si intreccia con le riflessioni sul “visuale”.
Gli anni 2000 invece sono
quelli della “svolta digitale” (digital
turn), la quale appiattisce le differenze tra la fotografia e le altre
forme d’immagine e quindi contribuisce a spostare l’attenzione dalle questioni
ontologiche dell’immagine fotografica a quelle relative ai diversi usi della fotografia.
Il cambiamento è radicale: dal
principio della traccia, dell’impronta, dell’”è stato”, dell’indice, al
digitale che sembra tagliare proprio
questo legame viscerale dell’immagine col mondo. Così la fotografia “emanazione
del reale” (Barthes) o “transfert di realtà” (Bazin), sembra essere
definitivamente superata dal digitale onnipotente, Dio o Diavolo.
Tuttavia proprio ciò che negli
anni ‘80/’90 sembrava un superamento definitivo, oggi non appare più tale.
Certo l’arrivo del digitale ha costretto a relativizzare il principio
ontologico dominante e al contempo ha portato ad enfatizzare la natura di
rappresentazione della fotografia, come se questa potesse scalzare e annullare
la prima. In realtà è nella profondità della fotografia questa sua natura
ibrida, cioè di essere al contempo una captazione del reale e una
rappresentazione dello stesso. Il digitale ha soltanto spostato l’asse di
equilibrio tra le due facce dello stesso oggetto, non ne ha modificato affatto
la natura.
Che il digitale non modifichi
in profondità la natura del fotografico è testimoniato anche da una facile
similitudine che è possibile fare con altre forme di registrazione digitale,
per esempio quella della musica o della voce: il fatto che una traccia fisica
si traduca in un segnale virtuale non modifica l’effetto di attestazione,
riconosco infatti la voce registrata di qualcuno anche se tra la materialità
dell’emissione e la virtualità della registrazione non vi è alcuna somiglianza.
Il potere di attestazione non viene scalfito al variare dei sistemi di
registrazione, digitale o analogico non sono da questo punto di vista così
diversi. Ciò rende le riflessioni inaugurali intorno alla fotografia ancora
attuali e niente affatto superate.
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