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Fotografare l'invisibile

La fotografia mette in imbarazzo la metafisica e tutte le sue belle certezze. Perchè la sua materia sono le apparenze, ma attraverso la fotografia l'apparenza diventa sostanza, e allo stesso tempo anche il contrario: la materia visibile diventa apparenza. 
La fotografia, con delicatezza e con gusto, mostra proprio questo passaggio, mostra cioè come la distinzione classica tra realtà e apparenza, tra cosa in sè e fenomeno, sia insufficiente, mancante, debole. E come invece l'uomo abbia sempre a che fare con il movimento, il passaggio, la pulsazione della materia visibile che diventa figura e della figura che si fa traccia, indice, di una realtà visibile. Il nostro rapporto con la materia pesante della realtà, infatti, è sempre mediato da forme di rappresentazione e di significazione, tanto quanto ogni forma di rappresentazione e di significazione, immagini, linguaggi, ha senso in quanto emerge da una realtà materiale visibile. La fotografia sembra volersi intallare proprio in quella terra di mezzo che è il movimento dall'uno all'altro momento, tra la realtà visibile e la sua immagine. 
Ciò che tuttavia resta da chiarire, è proprio ciò che è racchiuso nella parola "visibile", perchè la fotografia è traccia sempre del visibile, è il suo destino di scrittura della luce, e quindi il suo vero problema "metafisico" è proprio fare i conti con l'invisibile che ogni visibile si porta addosso. 
Chi volesse sul serio comprendere la fotografia dovrebbe farsi questa domanda: in che modo la fotografia trascina con sè l'invisibile?  Purtroppo la risposta non è semplice.

Il peso della cosa

Se l'arte è astrazione della forma, la fotografia è eversiva, perchè spinge a focalizzare sempre sul caso singolo, suilla cosa non sulla sua essena. Il contenuto di traccia di cui la fotografia non può mai liberarsi, impone infatti questo riferimento alla cosa che c'è, come se si trattasse di una zavorra che impedisce all'immagine, alla forma di elevarsi dalla concreta e pesante realtà del mondo verso l'iperuranio delle ideee platoniche, delle essenze metafisiche, dei puri concetti. 
Tuttavia, come nota benissimo il fotografo Robert Adams, di fronte all'immagine e in particolare al paesaggio, abbiamo a che fare sempre con tre verità: quella geografico spaziale - oppure la cosa singolarte, l'oggetto pesante della realtà -, quella autobiografica, cioè l'insieme delle ragioni esistenziali che portano il fotografo a quel determinato sguardo, e infinme quella metaforica che dipende tanto dall'immagine come tale quanto dallo sguardo di colui che vi si approccia, cioè dalla sua cultura, dalla sua storia, dalla sua sensibilità. Il gioco di queste tre verità rende per sua natura  ambigua e sfuggente ogni fotografia, oppure, meglio, la rende più ricca, perchè più capace di comunicare  a molti livelli, tranne quello metafisico, per il quale per quanto si sforzi si dimostra veramente poco adatta.