Visualizzazione post con etichetta luce. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta luce. Mostra tutti i post

Leggere la luce


L’etimologia banale secondo cui la fotografia sarebbe prima di tutto scrittura con la luce copre e occulta un’altra verità meno evidente, e cioè che, come dice Federico Scianna, “fotografare non significa affatto scrivere con la luce come di solito si ripete, ma leggere ciò che con penna di luce il mondo scrive di sé”. Perché questa è effettivamente la condizione del fotografo, quella di cogliere con il suo sguardo prima che con l’obiettivo della macchina, ciò che la natura ha già di per sé “dipinto” con la luce, il fotografo dunque è prima di tutto un lettore di cose di luce, o un interprete, o forse un collezionista. E fare buona fotografia significa allora usare bene lo sguardo prima che la macchina. 

Il fotografo e la pura luce


Il fotografo cerca la luce, la pura luce, ma incontra l’ombra. Coglie bene Diego Mormorio in questo senso quando afferma che “fotografare significa innanzitutto saper cogliere la combinazione di luce e ombra: saper vedere la luce in rapporto all’ombra e l’ombra in rapporto alla luce”. Come le parole si sostengono su una superficie di silenzio tolta la quale resterebbe soltanto il caos incomprensibile, così la luce disegna l’immagine sostenendosi sopra un tessuto di ombra, di oscurità, di buio. Un’immagine di pura luce non sarebbe diversa dall’accecamento che coglie Dante di fronte a Dio, sarebbe una superficie inguardabile, quel tutto che non si distingue dal puro nulla.  Invece il discorso ha bisogno di sfumature, di ombre, di una sapiente mescolanza di visibile e invisibile. Il fotografo cerca la pura luce ma incontra l’ombra e la sua bravura sta nel giocare con essa. Perché da quel gioco di sì e di no emerge la sua parola.

Le due/tre piste


La ragion d’essere della fotografia come oggetto materiale, come cosa, può essere indagata da due fondamentali punti di vista: da un lato essa è legata alla dimensione ottica, e mette in gioco fattori legati al vedere, alla luce, alla prospettiva, alle dinamiche della visione in generale, al rapporto tra gli oggetti e la luminosità, e perfino ai misteri della luce miscela di onda e di corpuscoli. Dall’altra prospettiva invece, essa può essere studiata in quanto prodotto di un percorso chimico, perché almeno fino a pochi anni fa, la fotografia era proprio questo, un susseguirsi di scoperte di natura chimica intorno ad alcune sostanze reattive alla luce, in questo caso la storia della fotografia potrebbe essere tradotta in una storia della chimica, e i protagonisti sarebbero il bitume di Giudea, lo ioduro d’argento, i vapori di mercurio, l’iposolfito di sodio, i sali d’argento, il collodio, ecc. Oggi la storia chimica della fotografia si conserva solo nel momento della stampa, perché invece l’oggetto come tale appartiene piuttosto a una nuova dimensione, e quindi una nuova pista, alla dimensione del digitale, e quindi i protagonisti dell’oggetto materiale fotografia sono i pixel e le loro combinazioni.

Ciò che comunque nessuna mutazione può cancellare, ciò che le due/tre piste dimostrano con chiarezza, è che la fotografia è sempre tanto rappresentazione quanto oggetto. La sua natura inevitabilmente duplice che ne fa un ibrido molto problematico ma proprio per questo anche straordinariamente interessante da indagare.

Sensibili alla luce


Osserviamo tutto, ma siamo incapaci di vedere: proprio nel momento in cui l’immagine sembra aver sovrastato la parola, proprio oggi che siamo costantemente  bombardati da immagini, proprio ora che il visivo occupa ogni spazio di comunicazione e di informazione, ebbene proprio in questo momento ci rendiamo conto che non sappiamo più veramente guardare, che dobbiamo cioè recuperare lo sguardo, la capacità di vedere. È proprio per questo che la fotografia diventa, in questo particolare momento, ancora più importante. Proprio essa che è fra i responsabili del diluvio d’immagini mute – o almeno afone – che ci stanno annegando, proprio essa potrebbe essere anche la medicina. A condizione che reimpari a guardare. In fotografia re-imparare a guardare significa ovviamente recuperare la sensibilità alla luce. Ma non basta, perché – il fotografo lo sa bene – la luce è anche il luogo dell’assenza e della presenza, ovvero il luogo della verità. Non si tratta solo di tornare alla fotografia documentaria, quella che nel secondo dopoguerra ha aperto lo sguardo occidentale alla vastità del mondo e delle culture e delle realtà e dei disastri e della storia. No, non solo, si tratta piuttosto di tornare a osservare le cose, gli oggetti, i fatti, nel senso di quei nodi di relazioni fra cose, persone, gesti, ambienti che costituiscono la nostra vita quotidiana. Tutto ciò che la fotografia diffusa non vede, perché insegue soltanto la rappresentazione teatrale della propria identità, invece di rivolgersi al mondo circostante, cioè quel mondo senza il quale nessuna identità si costituisce veramente.

Ontologia della fotografia


La fortuna del fotografo è che il mondo gli si offre. Pronto. Che il mondo è lì. La fotografia è un’ontologia molto saggia, perché dice l’esperienza, al di là di ogni scetticismo, che il mondo è lì, che il mondo c’è. E che noi siamo nel mondo.
Il fotografo si pone come testimone informato dei fatti, i fatti sono proprio quei frammenti di esistenza e di mondo che egli ritaglia dal flusso del tempo. Tuttavia, egli è anche la prova che tutto il nostro mondo, il mondo visibile è allo stesso tempo e nella stessa misura anche un mondo invisibile. O meglio: che l’invisibile si innesta nel visibile, che ciò che vediamo, percepiamo, ciò di cui siamo testimoni attraverso le immagini che realizziamo, tracce del reale, contiene in sé anche un altro lato non visibile, come accade ad ogni oggetto, ma anche ad ogni forma, ad ogni movimento, ad ogni percezione come ad ogni immaginazione. Ogni luce ha la sua ombra. Il fotografo è maestro della luce e quindi anche dell’ombra. La saggia ontologia del fotografo non è dunque un materialismo gretto, ma è piuttosto una testimonianza complessa della realtà intesa come un impasto di percezione di sguardo, di visibile e di invisibile, di luce e di ombra.