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Ontologia della fotografia


La fortuna del fotografo è che il mondo gli si offre. Pronto. Che il mondo è lì. La fotografia è un’ontologia molto saggia, perché dice l’esperienza, al di là di ogni scetticismo, che il mondo è lì, che il mondo c’è. E che noi siamo nel mondo.
Il fotografo si pone come testimone informato dei fatti, i fatti sono proprio quei frammenti di esistenza e di mondo che egli ritaglia dal flusso del tempo. Tuttavia, egli è anche la prova che tutto il nostro mondo, il mondo visibile è allo stesso tempo e nella stessa misura anche un mondo invisibile. O meglio: che l’invisibile si innesta nel visibile, che ciò che vediamo, percepiamo, ciò di cui siamo testimoni attraverso le immagini che realizziamo, tracce del reale, contiene in sé anche un altro lato non visibile, come accade ad ogni oggetto, ma anche ad ogni forma, ad ogni movimento, ad ogni percezione come ad ogni immaginazione. Ogni luce ha la sua ombra. Il fotografo è maestro della luce e quindi anche dell’ombra. La saggia ontologia del fotografo non è dunque un materialismo gretto, ma è piuttosto una testimonianza complessa della realtà intesa come un impasto di percezione di sguardo, di visibile e di invisibile, di luce e di ombra.

Fotografare l'invisibile

La fotografia mette in imbarazzo la metafisica e tutte le sue belle certezze. Perchè la sua materia sono le apparenze, ma attraverso la fotografia l'apparenza diventa sostanza, e allo stesso tempo anche il contrario: la materia visibile diventa apparenza. 
La fotografia, con delicatezza e con gusto, mostra proprio questo passaggio, mostra cioè come la distinzione classica tra realtà e apparenza, tra cosa in sè e fenomeno, sia insufficiente, mancante, debole. E come invece l'uomo abbia sempre a che fare con il movimento, il passaggio, la pulsazione della materia visibile che diventa figura e della figura che si fa traccia, indice, di una realtà visibile. Il nostro rapporto con la materia pesante della realtà, infatti, è sempre mediato da forme di rappresentazione e di significazione, tanto quanto ogni forma di rappresentazione e di significazione, immagini, linguaggi, ha senso in quanto emerge da una realtà materiale visibile. La fotografia sembra volersi intallare proprio in quella terra di mezzo che è il movimento dall'uno all'altro momento, tra la realtà visibile e la sua immagine. 
Ciò che tuttavia resta da chiarire, è proprio ciò che è racchiuso nella parola "visibile", perchè la fotografia è traccia sempre del visibile, è il suo destino di scrittura della luce, e quindi il suo vero problema "metafisico" è proprio fare i conti con l'invisibile che ogni visibile si porta addosso. 
Chi volesse sul serio comprendere la fotografia dovrebbe farsi questa domanda: in che modo la fotografia trascina con sè l'invisibile?  Purtroppo la risposta non è semplice.

Prove ontologiche

Forse esiste solo ciò che è fotografato. Forse se ci chiediamo se qualcosa esiste possiamo rispondere con certezza solo esibendo una bella fotografia. Forse è così che ormai funziona il nostro sistema probatorio ontologico (che le cose esistano) nell'epoca mediatica. 
Ci affidiamo come garanzia d'esistenza a una foto che non è altro se non una confusa agglomerazione di sostanze sensibili o di pixel. Eppure è proprio quel tipo di materia che funziona da garanzia ontologica. Allo stesso tempo, tuttavia noi sappiamo, almeno a partire dalle riflessioni di Roland Barthes, che la fotografia ha introdotto una nuova categoria dello spazio-tempo, non l'Esserci, ma l'Esserci-stato, ovvero una congiunzione tra il qui e un tempo, ciò dà alla fotografia un certo qual carattere magico, il potere di rendere presenti le cose assenti, e insieme di rendere vero ontologicamente (esiste!) ciò che in realtà è esistito. E' l'evidenza sorprendente di ciò che appare esistere, anche se la prova che prendiamo per buona non resisterebbe a nessuna seria indagine, eppure per noi è sufficiente. Perchè in fondo - ma non lo ammetteremo tanto facilmente - il nostro rapporto con il mondo che vorremo così rigidamente e solidamente fondato, in fondo non è altro che una miscela di visibile e invisibile, e spesso ci illudiamo, immaginiamo, creiamo, più di quel che saremmo disposti ad ammettere.