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L’oscillazione nello spazio-tempo


Cosa manca nella visione dell’oggetto che si realizza con la fotografia? Manca propriamente la dimensione spazio temporale. Perché quell’oggetto non risponde alle categorie della distanza, della posizione, della misura che esigono la presenza di un corpo senziente. Nessuna fotografia può dire con esattezza è qui, è lì, dista tot, misura tot ecc.
L’oggetto in fotografia è sottratto a questa rete di rapporti, mentre non vi è sottratta la fotografia come oggetto. Quest’ultima infatti è qui o là, è a portata di mano o a una certa distanza, insomma appartiene a quell’intrico di rapporti che costituisce lo spazio tempo nel quale noi viviamo quotidianamente mentre l’oggetto in foto no, esso non è né lì dove appare, né qui dove è rappresentato, semplicemente non entra in alcun modo nel mondo delle mie possibilità, cioè appunto non è nello spazio-tempo presente.
Ma c’è stato osserverebbe Barthes: è vero dalla foto possiamo dedurre un’esistenza passata, noi sappiamo che vi è stato uno spazio-tempo in cui quell’oggetto pesava e misurava e distava da un corpo senziente, che è quello del fotografo. E sappiamo che ora appartiene a un altro spazio-tempo presente che è quello dell’oggetto fotografia.
Ecco allora che comincia  delinearsi la particolare torsione dello spazio-tempo determinata dalla fotografia: l’oscillazione. L’oggetto in fotografia oscilla continuamente fra diverse dimensioni dello spazio-tempo, quella del passato, quella del presente, senza potersi fermare, una specie di moto oscillatorio perpetuo.

La fotografia è l'orma dell'oggetto?


La fotografia, l’ho detto già molte volte, ha valore di indice, ma in che modo? Come le nuvole sono indice del cattivo tempo? Oppure come le orme sono indice del passaggio di un animale? Apparentemente l’oggetto che ha lasciato la traccia della fotografia lo ha fatto a distanza, senza contatto alcuno, proprio come accade alle nuvole, sembra dunque che la natura indicale della fotografia sia di questo tipo, in realtà è più vera la seconda ipotesi, perché il contatto c’è anche se poco evidente, è il contatto della luce. È la luce che impressiona la lastra, la pellicola, o il sensore della macchina. Dunque la fotografia è più vicina all’orma lasciata sulla sabbia dai passi di un uomo.  La fotografia è una specie di orma dell’oggetto. Purtroppo non possiamo inseguire le orme per arrivare alla preda. Le orme di luce si perdono in uno spazio indistinto, quello che si apre dentro una fotografia. Uno spazio tempo molto particolare.

Le due/tre piste


La ragion d’essere della fotografia come oggetto materiale, come cosa, può essere indagata da due fondamentali punti di vista: da un lato essa è legata alla dimensione ottica, e mette in gioco fattori legati al vedere, alla luce, alla prospettiva, alle dinamiche della visione in generale, al rapporto tra gli oggetti e la luminosità, e perfino ai misteri della luce miscela di onda e di corpuscoli. Dall’altra prospettiva invece, essa può essere studiata in quanto prodotto di un percorso chimico, perché almeno fino a pochi anni fa, la fotografia era proprio questo, un susseguirsi di scoperte di natura chimica intorno ad alcune sostanze reattive alla luce, in questo caso la storia della fotografia potrebbe essere tradotta in una storia della chimica, e i protagonisti sarebbero il bitume di Giudea, lo ioduro d’argento, i vapori di mercurio, l’iposolfito di sodio, i sali d’argento, il collodio, ecc. Oggi la storia chimica della fotografia si conserva solo nel momento della stampa, perché invece l’oggetto come tale appartiene piuttosto a una nuova dimensione, e quindi una nuova pista, alla dimensione del digitale, e quindi i protagonisti dell’oggetto materiale fotografia sono i pixel e le loro combinazioni.

Ciò che comunque nessuna mutazione può cancellare, ciò che le due/tre piste dimostrano con chiarezza, è che la fotografia è sempre tanto rappresentazione quanto oggetto. La sua natura inevitabilmente duplice che ne fa un ibrido molto problematico ma proprio per questo anche straordinariamente interessante da indagare.

Il fotografico e le cose

Nel panorama dei testi dedicati a una riflessione sul fotografico c'è un libro di Geoff Dyer, L'infinito istante, che rappresenta certamente un unicum, perchè coglie ed enfatizza un elemento che non è nè storico nè teorico, ovvero il fatto che la fotografia è anche rapporto con l'oggetto quotidiano. Osservando le opere dei grandi fotografi, infatti, Dyer fa emergere un legame insospettabile tra essi: il legame dell'oggetto, come elemento di richiamo, di continuità, di silenzioso rinvio dall'uno all'altro. Che si tratti del cappello, dell'ombrello o della panchina, delle scale, della fisarmonica, dei ciechi o di corpi nudi, la fotografia funge sempre e costantemente da legame di cose in senso largo. 
Certo c'è anche una fotografia di pure forme, ma è un confine, un margine estremo del fotografare, quello in cui esso diviene mezzo di un'intenzione artistica rivolta all'astratto, ma non è questa la natura del fotografico. Se la pittura può - e lo ha fatto - liberarsi del rapporto con il mondo degli oggetti rappresentando di essi solo alcune forme - colori, sensazioni tattili o visive, spazi senza nome, ecc. - la fotografia, che pure dal punto di vista tecnico è capace di questa operazione, trova molto più difficile liberarsi del rapporto con le cose. 
La fotografia resta comunque un rapporto con il mondo, in cui il mondo stesso continua ad avere un nome. Fotografare è sempre un modo per costruire una relazione con le cose, o se si vuole, per trasformare il muto oggetto in una cosa umana. 
Quel cappello, quell'ombrello, quella panchina, diventano mondo dentro l'obiettivo di un fotografo.

Ripetizione e differenza

Filosofo con cappello immerso nella luce dell'Essere

La fotografia introduce la ripetizione nella differenza.  Quell'istante che è stato fermato e sottratto al processo dell'esistenza, si ripete indefinitamente, batte il passo sul posto, si replica all'infinito come se non ci fosse sviluppo alcuno, come se l'istante fosse l'eterno. Ma allo stesso tempo, inaspettatamente, la foto, che è sempre un oggetto del mondo, inaugura un nuovo risvolto del processo, comincia una sua propria storia, la storia di quell'oggetto particolare che è la fotografia stessa, che sia una lastra o un foglio di carta o un insieme di pixel. E dunque da una parte essa è quell'istante che è stato fermato, ma nell'unico modo in cui il processo può fermarsi ovvero ripetendo, replicando all'infinito, ma dall'altro essa è anche una nuova differenza, che si costituisce, all'interno delle differenze che compongono il mondo. 
L'ambiguità costitutiva della fotografia è racchiusa in questo doppio destino di ripetizione e di differenza. Nessun altro elemento della realtà possiede questa straordinaria caratteristica.