Fotografare l'invisibile

La fotografia mette in imbarazzo la metafisica e tutte le sue belle certezze. Perchè la sua materia sono le apparenze, ma attraverso la fotografia l'apparenza diventa sostanza, e allo stesso tempo anche il contrario: la materia visibile diventa apparenza. 
La fotografia, con delicatezza e con gusto, mostra proprio questo passaggio, mostra cioè come la distinzione classica tra realtà e apparenza, tra cosa in sè e fenomeno, sia insufficiente, mancante, debole. E come invece l'uomo abbia sempre a che fare con il movimento, il passaggio, la pulsazione della materia visibile che diventa figura e della figura che si fa traccia, indice, di una realtà visibile. Il nostro rapporto con la materia pesante della realtà, infatti, è sempre mediato da forme di rappresentazione e di significazione, tanto quanto ogni forma di rappresentazione e di significazione, immagini, linguaggi, ha senso in quanto emerge da una realtà materiale visibile. La fotografia sembra volersi intallare proprio in quella terra di mezzo che è il movimento dall'uno all'altro momento, tra la realtà visibile e la sua immagine. 
Ciò che tuttavia resta da chiarire, è proprio ciò che è racchiuso nella parola "visibile", perchè la fotografia è traccia sempre del visibile, è il suo destino di scrittura della luce, e quindi il suo vero problema "metafisico" è proprio fare i conti con l'invisibile che ogni visibile si porta addosso. 
Chi volesse sul serio comprendere la fotografia dovrebbe farsi questa domanda: in che modo la fotografia trascina con sè l'invisibile?  Purtroppo la risposta non è semplice.

Ripetizione e differenza

Filosofo con cappello immerso nella luce dell'Essere

La fotografia introduce la ripetizione nella differenza.  Quell'istante che è stato fermato e sottratto al processo dell'esistenza, si ripete indefinitamente, batte il passo sul posto, si replica all'infinito come se non ci fosse sviluppo alcuno, come se l'istante fosse l'eterno. Ma allo stesso tempo, inaspettatamente, la foto, che è sempre un oggetto del mondo, inaugura un nuovo risvolto del processo, comincia una sua propria storia, la storia di quell'oggetto particolare che è la fotografia stessa, che sia una lastra o un foglio di carta o un insieme di pixel. E dunque da una parte essa è quell'istante che è stato fermato, ma nell'unico modo in cui il processo può fermarsi ovvero ripetendo, replicando all'infinito, ma dall'altro essa è anche una nuova differenza, che si costituisce, all'interno delle differenze che compongono il mondo. 
L'ambiguità costitutiva della fotografia è racchiusa in questo doppio destino di ripetizione e di differenza. Nessun altro elemento della realtà possiede questa straordinaria caratteristica. 

La rappresentazione dell'impossibile

C'è sempre un personaggio nascosto nella fotografia. Sei tu fotografo. 
Sei tu che assumi la parte del fotografo, il quale ti presta un punto di vista: da quel punto di vista osservi la scena, sei dunque presente in quella scena, sei lo sguardo che la rende possibile. La posizione della macchina fotografica è la posizione del tuo sguardo, se c'è dunque un "inconscio" fotografico non è certto quello tecnologico di cui parla Franco Vaccari, ma è sicuramernte la tua presenza sempre presente e mai evidente, la tua ombra che in ogni foto si nasconde ma è presente inesorabilmente. Perchè non c'è foto se non c'è alle spalle una intenzionalità umana, creativa, visionaria, il tuo sguardo di fotografo appunto.  
Personaggio invisibile ma sempre presente, della tua presenza si percepisce l'assenza, so che sei lì dietro, dietro quella foto, dietro quell'obiettivo. Non c'è alternativa. 
In un ritratto se la persona fotografata guarda in macchina sta guardando te. In un autoritratto, penso per esempio a quelli bellissimi di Vivian Maier, ciò che appare è appunto quel fantasma che almeno in quella particolare ripresa non può fare a meno di svelare la sua presenza, ma nel farlo chiude l'esperienza in un circolo come se ciò che sta dietro potesse stare anche davanti, come se l'invisibile postesse essere visto. Non c'è immagine più inquietante di un autoritratto fotografico  perchè è rappresentazione
dell'impossibile.

Ferdinando Scianna

Per la bella collana Hachette "Magnum Photos, la storia, le immagini", è uscito in questi giorni il volume dedicato a Ferdinando Scianna. Raccoglie in un bel formato A3 e in buona qualità di stampa, una raccolta essenziale ma sognificativa del lavoro del grande fotografo siciliano. Introdotte da uno scritto autobiografico, le 96 pagine del volume si snodano dalle prime foto quasi neorealistiche di una Sicilia in bianco e nero "per natura" prima che per scelta artistica, ove paesaggi e ombre, profili e costumi si dipanano fino ad intrecciarsi nel racconto, unico e a suo tempo eversivo, di un mondo di feste religiose cariche di arcaismi, di tensioni mistiche, di superstizioni, di passioni incontenibili. C'è tutto un mondo antico, sanguigno e rurale nelle foto di Scianna che oggi appaiono quasi documentazione da un altro tempo. Un tempo che paradossalmente Scianna ritrova vent'anni dopo in Bolivia nel villaggio Kami. 
Ma il suo percorso non si ferma, fedele al bianco e nero si articola poi in tanti luoghi del mondo, sempre alla ricerca non dell'effetto facile, ma della figura che s'impone allo sguardo, che impone lo sguardo, che, come nei ritratti, intreccia lo sguardo di chi osserva e quello di chi è osservato. Anche quando diventa fotografo di moda, Scianna non riesce a staccarsi dalle sue figure, dalla sua visione monocromatica di un mondo vero, nel quale persino la finzione della modella e della posa, vengono riassorbiti come la natura riassorbe nel tempo i manufatti dell'uomo.

Ferdinando Scianna  
Milano, Hachette, 2018 
p. 96, € 9.99

Prove ontologiche

Forse esiste solo ciò che è fotografato. Forse se ci chiediamo se qualcosa esiste possiamo rispondere con certezza solo esibendo una bella fotografia. Forse è così che ormai funziona il nostro sistema probatorio ontologico (che le cose esistano) nell'epoca mediatica. 
Ci affidiamo come garanzia d'esistenza a una foto che non è altro se non una confusa agglomerazione di sostanze sensibili o di pixel. Eppure è proprio quel tipo di materia che funziona da garanzia ontologica. Allo stesso tempo, tuttavia noi sappiamo, almeno a partire dalle riflessioni di Roland Barthes, che la fotografia ha introdotto una nuova categoria dello spazio-tempo, non l'Esserci, ma l'Esserci-stato, ovvero una congiunzione tra il qui e un tempo, ciò dà alla fotografia un certo qual carattere magico, il potere di rendere presenti le cose assenti, e insieme di rendere vero ontologicamente (esiste!) ciò che in realtà è esistito. E' l'evidenza sorprendente di ciò che appare esistere, anche se la prova che prendiamo per buona non resisterebbe a nessuna seria indagine, eppure per noi è sufficiente. Perchè in fondo - ma non lo ammetteremo tanto facilmente - il nostro rapporto con il mondo che vorremo così rigidamente e solidamente fondato, in fondo non è altro che una miscela di visibile e invisibile, e spesso ci illudiamo, immaginiamo, creiamo, più di quel che saremmo disposti ad ammettere.

Oltre le regole

Un libretto agile, conciso, senza tanti fronzoli, ma denso di consigli pratici, ecco cos'è "Oltre le regole " di Marco Tortato. Probabilmente ciò che si nota fin da subito è il fatto che i consigli non vengono dalla solita rimasticatura di manuali e di luoghi comuni ma direttamente dall'esperienza dell'autore, fotografo fine ed elegante soprattutto nel settore della fotografia di prodotto. Ma il suo sguardo qui  non è limitato ad un particolare genere di fotografie, ma proprio all'atto del fotografare come tale, a partire dalla convinzione ampiamente condivisibile che le regole esistono prima di tutto per essere infrante, e che il lavoro del fotografo è un lavoro con la luce (e con le ombre ovviamente), non a caso egli esorta esplicitamente i suoi lettori ad essere letteralmente "ossessionati dalla luce". Gli altri consigli sono facilmente riassumibili: nulla esiste oltre l'inquadratura, il crop non è la soluzione, ai bordi dell'immagine accadono le peggiori nefandezze, non esiste fotografo pigro, la miglior dote per un fotografo è la pazienza, il ritratto è una danza. Ogni capitolo, introdotto da una vignetta, e accompagnato da un'immagine originale si snoda rapido, nel segno della chiarezza e dell'ironia, ed è arricchito da una batteria di esercizi che il lettore fotografo può realizzare per proprio conto, inaugurando così un percorso di formazione per certi aspetti simile a quello dell'autore. Perchè fotografare sembra spesso così facile ma è in realtà una pratica che richiede attenzione, dedizione, applicazione, e che impone di adottare un modo nuovo di guardare il mondo, di viverlo, di sentirlo. Questo libretto è certamente un passo nella direzione giusta.

Marco Tortato 
Oltre le regole. Consigli semiseri per fare sul serio
Edizioni Emuse, 2018 
pp. 103, € 15

La fotografia cos'è?

Fin dalla sua nascita la fotografia ha dovuto fare i conti con la pittura, della quale è stata considerata come una sorella minore da alcuni,  o addirittura come la velenosa concorrente da altri. E fra questi c'era anche Baudelaire. Tuttavia, per quanto si sia discusso da allora, una cosa è certa, la fotografia non ha affatto annullato la pittura, forse ha contribuito a trasformarla e a liberarla dal peso della realtà ma di certo non ne ha impedito nè limitato l'esistenza. 
Poi il confronto si è spostato, nel momento in cui è nato il cinema si è detto che la fotografia era destinta a scomparire, che la capacità di rappresentare il movimento reale rendeva obsoleta e misera l'immagine fotografica, così tristemente statica. Certo il cinema ha sollecitato fin da subito la riflessione ben più di quanto abbia fatto la fotografia, ma al contempo anche questo è evidente, non è riuscito affatto nell'intento di far venire meno il gesto fotografico. 
Ora non c'è dubbio che la fotografia deve tener conto dell'esistenza del cinema,  quando pretende di farsi narazione, sviluppo, percorso, e quindi l'esistenza del cinema non è indifferente rispetto alla natura della fotografia. Così oggi dobbiamo osservare il nuovo passaggio, quello che ha introdotto la tecnologia del video, cioè di un'immagine in movimento ma che si diffonde, o che almeno può diffondersi, in tempo reale: posso mostrare quel che accade in altro luogo del mondo, proprio mentre accade. Ne deve tener conto la grammatica cinematografica, ne deve tener conto anche quella fotografica. Deve cambiare il nostro rapporto con la fotografia, soprattutto con quella che ha la pretesa di raccontare storie, di mostrare la realtà come sviluppo, come successione di eventi reali.  La fotografia del nostro tempo, non è pittura, non è cinema, non è video, resta da precisare esattamente cos'è. 

Il peso della cosa

Se l'arte è astrazione della forma, la fotografia è eversiva, perchè spinge a focalizzare sempre sul caso singolo, suilla cosa non sulla sua essena. Il contenuto di traccia di cui la fotografia non può mai liberarsi, impone infatti questo riferimento alla cosa che c'è, come se si trattasse di una zavorra che impedisce all'immagine, alla forma di elevarsi dalla concreta e pesante realtà del mondo verso l'iperuranio delle ideee platoniche, delle essenze metafisiche, dei puri concetti. 
Tuttavia, come nota benissimo il fotografo Robert Adams, di fronte all'immagine e in particolare al paesaggio, abbiamo a che fare sempre con tre verità: quella geografico spaziale - oppure la cosa singolarte, l'oggetto pesante della realtà -, quella autobiografica, cioè l'insieme delle ragioni esistenziali che portano il fotografo a quel determinato sguardo, e infinme quella metaforica che dipende tanto dall'immagine come tale quanto dallo sguardo di colui che vi si approccia, cioè dalla sua cultura, dalla sua storia, dalla sua sensibilità. Il gioco di queste tre verità rende per sua natura  ambigua e sfuggente ogni fotografia, oppure, meglio, la rende più ricca, perchè più capace di comunicare  a molti livelli, tranne quello metafisico, per il quale per quanto si sforzi si dimostra veramente poco adatta.

L'epoca del ci-sono

La fotografia è l'arte della quotidianità, ma non per via del fatto che lo strumento tecnologico è diventato veramente alla portata di tutti, nelle vesti dello smartphone che è anche una macchina fotografica, e che stando sempre in tasca consente a tutti di documentare fotograficamente ogni momento dell'esistenza. O anche soltanto di fissare testimonianza di sè ovunque e in qualsiasi momento indipendentemente dall'accadere di qualche evento particolare, il selfie, è infatti soltanto una nuda esclamazione di esistenza, sensa sostanza, non apre alcun mondo parallelo, anzi pretende di decorare questo mondo, con il suo inutile frastuono. Attraverso questa pratica così diffusa ci siamo portati dall'epoca dell'Esserci, a quella del ci-sono. 
Ma la foto con lo smartphone è allora davvero un "gesto fotografico"? Io credo di no. Chi fissa un'immagine al volo con il cellulare non sta veramentre fotografando, o meglio lo fa senza la consapevolezza del gesto. E' preso dall'immagine, non dall'immaginario. 

Ancora mondi paralleli

Dice Susan Sontag che la fotografia ha deplatonizzato la nostra concezione della realtà, perchè ha cancellato la differenza tra realtà e immagine, spesso le immagini sono più reali della realtà, e rendono vera una realtà, invertendo così l'ordine di priorità del platonismo. E' certamente vero ma insufficiente.
La fotografia è molto di più, essa è la cornice imposta al reale che lo trasforma in immagine, cioè gesto intenzionale di selezione; è ciò che fa sì che una traccia del reale diventa anche rappresentazione di esso, e dunque spazio di significati. Ma al contempo è l'apertura di un mondo parallelo:  quella determinata realtà presente diviene nell'è stato, una realtà quella ma altra. In quanto indice, cioè traccia del reale, come l'impronta è traccia dell'animale, la fotografia è sempre dal reale che muove, ma quel reale è nella foto e attraverso la foto (attraverso l'incorniciamento che la foto determina) anche altro da sè. Cioè appunto mondo parallelo. Ci sono molti mondi in questo mondo, la fotografia lavora per renderli visibili e percepibili.

Guardare leggere pensare

Una cosa è certa: la fotografia, pur essendo una traccia del reale, pur provenendo da esso, non è mai uno  specchio del reale. E' sempre qualcosa di molto più complesso e più problematico.
In questo senso non è sufficiente guardarla, osservarla, contemplarla, essa cioè non può esaurirsi mai nel suo valore estetico.  La foto va letta. Come scrive Graham Clarke: "più della  azione di guardare che suggerisce un riconoscere passivo, dobbiamo insistere sul nostro leggere una foto non come immagine ma come testo". Possiamo leggere dunque la fotografia, possiamo entrare nella sua grammatica, che a grandi lineee può essere sintetizzata nelle formule della bidimensionalità, nella logica dell'inquadratura, nella dialettica tempo/diaframma, nella scelta del piano di messa a fuoco, e nella creatività stessa della messa a fuoco, e poi in tutta la varietà delle pratiche di post-produzione.
Bene, una volta che si sia "letta" la fotografia secondo la grammatica del suo discorso, avremo certo molto più chiare le circostanze della venuta, e la natura del gesto fotografico, ma ancora non sarà abbastanza. Perchè resta quell'elemento residuo ineliminabile, che consiste nella natura di traccia: resta cioè da confrontarci con quel mondo senza il quale la fotografia non sarebbe mai esistita. E per farlo non basta nè guardare, nè leggere, è necessario pensare. E' l'elemento riflessivo che ci pone all'altezza del mondo, senza di esso, il rapporto con la fotografia è mancante, è parziale, è inadeguato. La fotografia deve farci pensare, è questo il suo compito. Una fotografia veramente riuscita è proprio quella che più profondamente ci investe di interrogazioni, ci costringe prendere posizione rispetto ai fatti del mondo, ci impone di essere nel mondo, in qualche modo, secondo ragioni e valori e ci richiama al nostro ruolo di nodi nella rete delle relazioni.

Mondi paralleli

Leggiamo le parole sagge e profonde di Susan Sontag: "Mallarmé diceva che al mondo tutto esiste per finire in un libro. Oggi tutto esiste per finire in una fotografia". 
E' così, oggetto della fotografia è il mondo intero, non c'è luogo, non c'è momento che non posssa essere colto nel suo nascere e nel suo morire e fermato in una fotografia. E non solo questo mondo, ma anche tutti gli altri mondi paralleli che l'occhio del fotografo o il lavoro di post-produzione possono realizzare a partire dal mondo reale. Come se si potesse moltiplicare il tutto tante volte quanti sono gli sguardi creativi degli uomini, o quante sono le possibilità di combinazione dei parametri che si offrono ormai anche al fotografo dilettante. 
La fotografia e il mondo: non un rapporto di corrispondenza (l'uno all'altra) ma di dipendenza, dal mondo che c'è a tutti i mondi paralleli che già sono in controluce in questo mondo. 
Anche il bianco e nero, in fondo, è fin da subito un mondo parallelo inserito in questo nostro mondo che abbiamo davanti agli occhi e che non conosce affatto il bianco e nero.

Dall'album al selfie

La foto familiare, la foto domestica, non è scomparsa, è essenzialmente confinata al repertorio dell'infante: documenta la venuta e la crescita dei primi anni del bambino. Ma per il resto è stata soppiantata dall'istantanea personale che non è più volta a documentare un momento importante ma anzi al contrario a rendere significativo un momento qualunque. Le foto del matrimonio e quelle del bambino sono le uniche che vanno stampate e archiviate, a documentare una storia o un evento, per tutto il resto la foto è non solo istantanea ma soprattutto effimera, fatta e pubblicata su un social, essa non contribuisce all'archivio storico nè alla narrazione di sè, perchè ha la stessa durata virtuale di un post: nasce, entra in circolazione, scompare cancellata dalla massa dei post successivi. 
Non sono più le famiglie che costruiscono la propria storia attraverso l'accumularsi di un archivio di immagini, gli album, è il singolo che si guarda, si vede, si ammira, in uno specchio comune, dove sa bene che il suo grupppo di riferimento anch'esso si vede, si guarda, si ammira. Non c'è successione narrativa, ci sono momenti destinati a durare lo spazio di uno sguardo e poi ad essere travolti dall'onda incontenibile di tutti gli altri momenti. In un caotico esplodere d'immagini come lampi in un cielo che non di meno rimane oscuro.

Etica o estetica?

La fotografia è anche testimonianza del mondo. Tuttavia essa è povera di contenuto etico, documenta ma non spiega, informa che qualcosa è avvenuto, e forse avviene , ma non è in grado di fornire spiegazioni, nè soprattutto di prendere posizione rispetto ai valori di umanità e di civiltà che il fotografo o il suo lettore  condividono o meno. 
Secondo Susan Sontag il fotografo è interessato a quel che accade nel momento in cui scatta, e lo fissa lì per sempre, e quel gesto, fissare l'attimo invece che intervenire nell'evento potrebbe addirittura renderlo complice. 
Non sarei così drastico, ma certo la fotografia documentaria conserva in sè una contraddizione irrisolta: se può essere etico documentare eventi drammatici per consegnarli all'informazione pubblica, e così sottrarli al silenzio colpevole che li copre, resta tuttavia - ecco la contraddizione - che l'effetto di denuncia è più forte se la fotografia è bella: ma la bellezza dell'immagine può sovrastare il contenuto di denuncia, il lato estetico può oscurare quello etico. 
E' questa  la contraddizione che resta sempre irrisolta di fronte alla grande fotografia documentaria. E' sufficiente pensare alle grandi mostre di un Capa o di un Don McCullin che viaggiano per il mondo ad esibire il talento di un fotografo, il suo coraggio, la sua capacità di cogliere l'attimo decisivo, ma che raramente sono occasione per una seria riflessione sulla follia della guerra. 

La cosa fotografia

La fotografia non è segno, nè propriamente un linguaggio: essa è prima di tutto traccia, come le orme dell'uomo sulla sabbia bagnata, come le scie dei pneumatici sull'asfalto. Un evento materiale che fissa uno spazio-tempo, lo riproduce non nella sua interezza, nè attraverso un processo di significazione, ma attraverso un oggetto, un tratto di materia che resta saturo di quel tempo, di quello spazio, di quell'evento di cui è il calco. Per questo "si impara a leggere un fotografia come si impara a leggere un'impronta o un cardiogramma."(J. Berger) Di fronte alla fotografia, dunque, possiamo ben capire che le cose spesso ci parlano, se soltanto siamo disposti a starle ad ascoltare.  Tuttavia, la"cosa" fotografia, contiene in sè anche un altro elemento, perchè essa non è mai neutrale, e non può fare a meno di rendere evidente il gesto del fotografo. Certo l'apparecchio fotografico è soltanto una macchina, ma la cosa fotografia non cessa di mostrare che attraverso quell'apparecchio uno sguardo si è reso consapevole. Questo è innanzi tutto la fotografia, uno sguardo che si mostra consapevole di sè.

Siamo tutti fotografi ?

La fotografia è entrata nella quotidianità sia in senso passivo che in senso attivo. Nel primo caso in quanto siamo di fatto bombardati da immagini fotografiche attraverso i media, ma anche negli spazi di vita, lungo le strade, nei centri commerciali, nei negozi, nelle vetrine, ecc. In senso attivo in quanto il gesto di fotografare è diventato un gesto diffuso a livello universale. Non c'è turista che non si senta in dovere di fissare in una memoria fotografica le immagini, gli eventi, le scene del suo viaggio. Il cellulare, poi, ha reso questo gesto ancora più semplice, non è più necessario avere per le mani un apparecchio fotografico, basta qualsiasi telefonino e la fotografia è fatta. Anche il non turista, d'altra parte, può fissare un momento particolare, una emozione occasionale, un incontro, o documentare un fatto, o comunicare la sua posizione, il suo essere impegnato in qualche luogo. Ma non è necessario nemmeno un evento eccezionale, nè un luogo straordinario, perchè la fotografia sotto la veste del selfie è diventata pura comunicazione esistenziale: eccomi, esisto!
In questo senso siamo tutti fotografi e la fotografia non è  più un gesto speciale, ma ha invaso il quotidiano, e ne è diventata parte integrante. Tuttavia questo uso e abuso dell'immagine reale, testimonia certo del costitutivo bisogno umano di espressione figurata, di rappresentazione, ma come accade alle monete che si svalutano, anche la fotografia così diffusa e così universalmente praticata s'impoverisce di senso, diviene un gesto comune, diviene una attività incapace tanto di esprimere il meglio come nelle pratiche artistiche apollineee, quanto di esprimere il possibile come nelle pratiche artistiche dionisiache. E precipita invece nell'indifferenza e nella neutralità delle pratiche mercantili.

Fotografia dionisiaca

La fotografia nasce per realizzare un sogno artistico, quello della fedeltà assoluta, e si serve della macchina, del dispositivo tecnico, come strumento per realizzare questo obiettivo. In questo senso la fotografia sembra quasi il frutto di un delirio meccanicista, che trova nella camera oscura il modo di ridurre il mondo a immagine con fedeltà quasi assoluta, e riducendo al minimo, al contempo l'intervento della mano umana.  
Tuttavia l'intento sostanzialmente fallisce, nel momento in cui si scopre il valore artistico dell'immagine fotografica. Quando la fotografia diviene arte a sua volta distinta dall'arte pittorica, allora appare chiaro che essa non è solo applicazione tecnica, non è una macchina che fa a meno dell'uomo per riprodurre il mondo in assoluta fedeltà, ma è un uomo che attraverso la macchina cerca di rappresentrae il mondo fermandolo: solo la fotografia - non il quadro - sa infatti bloccare e rappresentare lo spazio-tempo. E il mondo è spazio-tempo. La specificità della fotografia rispetto alla pittura consiste proprio in questo: essa contiene una - complessa - immagine dello spazio-tempo. 
Allora, mentre il quadro è apollineo perchè rilegge e riscrive il mondo intendendolo al suo meglio, la fotografia è dionisiaca perchè ha la pretesa un po' folle, un po' superba, un po' divina, di fermare lo spazio-tempo, di toccare con mano il processo che non si può fermare. 

 

Spazio e tempo

"La fotografia essenzialmente riguarda un giusto e corretto rapporto tra spazio e tempo. Tra spazialità dell'esterno e tempo di realizzazione dell'immagine." (Luigi Ghirri) Forse è il caso di chiarire meglio quesata fulminante intuizione di Ghirri: la fotografia ha a che fare con lo spazio, certo, in quanto traccia della realtà, ma al contempo non c'è spazio senza un tempo, e dunque essa ha a che fare con il tempo dell'esterno, cioè quello che fissa l'evento di cui la foto è traccia, e con il tempo dell'interno, che è quello del fotografo che quella foto ha realizzato e che è sempre parte dell'evento stesso. C'è infine un'altra sfumatura del tempo che entra in gioco nella fotografia, cioè quella legata al movimento delle cose, che impone tempi diversi nell'apparecchio fotografico per essere fissato. La foto infatti non è solo rappresentazione del mondo in condizione statica, è anche, in molte forme diverse, rappresentazione del mondo in condizione dinamica, anche se di tale dinamismo, può offrirci solo un singolo ritaglio, un frammento, un evento apparentemente strappato al flusso inarrestabile delle cose.

Il combattimento con la luce

Il fotografo in quanto artista cerca la luce, che non  è soltanto il suo mezzo, ma è prima ancora, la natura stessa della bellezza che sta cercando, la materia di cui è costituita ogni forma che egli fissa sulla pellicola.
Ma così come ogni artista cerca inutilmente l'essenza più profonda e pura della bellezza, senza mai riuscirci e replicando piuttosto l'esperienza di Orfeo, magnificamente narrata e pensata da Maurice Blanchot, allo stesso modo il fotografo che cerca la pura luce, la luce assoluta, la luce creatrice, deve poi accontentarsi di incontrarla là dove essa si deposita, cioè nei nostri oggetti quotidiani, nelle carni, nelle superfici, nelle strutture, nelle cose del mondo. 
E' così che tutta la sua ricerca si sviluppa e si conclude nelle cose stesse, nelle cose reali, quelle che ha di fronte a sè, quelle che lo circondano, quelle di cui si circonda, è in esse che la luce si fa viva, è solo in esse che la luce si fa visibile, facendosi ombra di se stessa, essa appare nel momento in cui nasconde nella materia stessa. Il combattimento tra il fotografo e la luce avviene su un unico campo di battaglia, le cose. 

Il linguaggio degli eventi

La fotografia ha a che fare con il tempo tanto quanto con lo spazio. Anzi, rende esplicito il rapporto con lo spazio-tempo. Non si tratta solo di stabilire quale porzione del mondo fotografo, ma si tratta anche di fissare il momento in cui ciò accade. 
La fotografia isola e preserva un istante sottratto così - in parte - al divenire. 
"In parte", perchè anche la foto è materia, e quindi in quanto tale soggetta al tempo. Da questo punto di vista, dunque ha perfettamente ragione Berger quando dice che "il linguaggio della fotografia è quello degli eventi", purchè si precisi, che di due eventi stiamo parlando: quello che coglie l'azione, la figura, l'immagine,  ciò che Cartier-Bresson chiamava l'istante decisivo, e quello dell'atto fotografico, il gesto del fotografo.  Certo si tratta dello stesso evento, ma da due prospettive diverse. La fotografia dice, in modo complesso, proprio questa articolazione.